Recensioni

Nel 2003 Simon Green, aka Bonobo, firmava il suo primo lavoro su Ninja Tune, etichetta di naturale approdo per le sonorità tra elettronica, movimenti jazz e atmosfere downtempo che avevano caratterizzato i suoi esordi. Dia’M’for Monkey (2003), Days To Come (2006), Black Sands (2010) avevano lanciato il producer nel giro giusto: si era conquistato l’hype facendo breccia tra gli amanti del jazz – suonando dal vivo con una band – i clubber hipster – con i suoi djset a spasso tra funky e disco/house – alcuni nostalgici (i meno puristi) dell’IDM e, più in generale, un pubblico giovane e generalista che, in quel periodo, scopriva una forma di elettronica orecchiabile e melodica, soffusa, lontana dai treni dei quattro tempi, la cosiddetta folktronica. Da quel momento la sua ascesa è stata costante: tre nomination ai Grammy, remix per Gorillaz, George Fitzgerald e London Grammar, esibizioni a Coachella, Glastonbury e Primavera Sound.
La cifra stilistica di Bonobo si è sempre racchiusa in un mix di strumentali e canzoni a metà tra neo-soul e R&B – impreziosite da ospiti dalle corde vocali raffinate come Erykah Badu o Andreya Triana – e tappeti elettronici delicati, soltanto a volte più spinti dalle parti della garage. Del resto, Simon è di Brighton, e i club li ha frequentati. Proprio questo ultimo lavoro, Fragments, viene presentato, in press release, come una sorta di tributo alla scena clubbing UK e bass music che Bonobo, durante le fasi di lavorazione dell’album, mentre si trovava negli Stati Uniti impossibilitato a tornare causa Covid e problemi con il visto, ha riassaporato con numerosi ascolti di web-radio.
Nel frattempo, Simon è anche andato in fissa con i synth modulari, le cui trame emergono nella tracklist di un album in cui non varia assolutamente la sua palette sonora, e si è fatto accompagnare dal violinista e arrangiatore Miguel Atwood Ferguson. I suoi violini aprono l’album con l’intro Polyghost, che poi cede il passo agli stab ipnotici di Shadows su quattro tempi di matrice deep-house dove la narrativa dancefloor incontra i meravigliosi vocal di Jordan Rakei. E poi ancora house orchestrata e patinata in Rosewood, con i drop che funzioneranno quando riapriranno i club, ma che sembra una riproposizione di lavori già firmati dal Nostro. Stessa dinamica in Age Of Phrase, dalle vibrazioni più accentuate, mentre in Sapien l’artista di Brighton unisce bene texture ritmiche sincopate, scariche di bassi, atmosfere sognanti e gemiti angelici, un po’ dalle parti dei Bicep.
Fuori dalla sezione dancefloor, Bonobo sembra più ispirato in veste di arrangiatore di canzoni. E molto fanno le voci che lo accompagnano. Kadja Bonet va di soul eccitante in Day By Day, accompagnata dai soliti, forse ripetitivi, archi e beat spezzati; con Joji il Nostro firma una ballad r&b piena di malinconia, il cui trasporto, però, si esaurisce al secondo ascolto. Tides viaggia su binari downtempo, esaltati dalla splendida voce di Jamilla Woods che fa il 70% del brano.
Le produzioni di Bonobo sono sempre ricche di qualità, eleganza, fascino. E anche Fragments colpirà dritto al cuore dei suoi ascoltatori: i pezzi, soprattutto quelli impostati sul songwriting, ci sono. Ma la formula del producer britannico sembra forse aver fatto il suo tempo.
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