Recensioni

Conobbi i Boards of Canada con quello che è da tutti considerato il loro disco minore: The Campfire Headphase. Quello fu il primo disco che comprai, benché le copertine degli altri lavori del duo scozzese mi fossero capitate sottomano centinaia di volte, sfogliando le riviste musicali che compravo all’epoca. Mi colpì molto il video di Dayvan Cowboy e ricordo che quelle voci appena accennate unite alle chitarre nette che invece arrivavano dopo oltre un minuto, mi facevano davvero uno strano effetto. Erano particolari quei momenti in cui bastava guardare un video per recarsi in un negozio di dischi, senza passare prima in rassegna l’album su internet e senza neanche leggere nulla al riguardo. Forse è così che andrebbe ascoltato Geogaddi, il disco che precedeva The Campfire Headphase: evitando di captare informazioni esterne su quell’album.
Quando uscì, la rivista inglese The Wire, affidò a Kodwo Eshun, autore del classico Più brillante del sole, una recensione a tutta pagina, nel quale tirò in ballo il concetto di «partecipazione mistica» coniato dall’antropologo Levy-Bruhl per fare riferimento a quel fenomeno psicologico primitivo tra persone e oggetti da cui deriva una forte connessione inconscia, tanto era misterioso l’oggetto preso in esame. D’altronde quelli furono gli anni d’oro della grande stagione retromaniaca. Nel 2002 i dischi che popolavano le classifiche di fine anno erano di gente come Wilco, Interpol, Queens of the Stone Age, The Libertines, ecc… Le uniche eccezioni che riuscirono a bucare il mainstream e che non appartenevano ai macro-generi rock e rap erano Chemical Brothers, Underworld e il ritorno dei Future Sound of London. Insomma, nulla di particolarmente innovativo, se si considera che alcuni di questi gruppi stavano in giro già da un po’, come ad esempio i FSOL, che con il loro The Isness (uscito a nome Amorphous Androgynous) davano seguito a una tradizione iper-futuristica (composta da dischi come Accelerator, Lifeforms e Dead Cities – quest’ultimo precedeva The Isness ed era del 1996) completamente abbandonata, per virare verso una forma di post-rock psichedelico con inserti elettronici lisergici.
Lo spirito del tempo era quello. I Chemical Brothers facevano più o meno la stessa cosa da qualche anno. Il fenomeno rave si era già quasi completamente eclissato. Era un periodo dominato dal NAM (leggi New Acoustic Movement), dal post-rock più pomposo, ma soprattutto dalla fissazione per il rétro scatenata da quell’infinito portale di contenuti che era la rete. Internet, che fino a qualche anno prima aveva foraggiato le più dirompenti spinte futuristiche, in quegli anni aveva invece fatto in modo che i prodotti culturali fossero orientati verso il passato. E allora quella patina di fruscio e sfocatezza che strutturava gli album dei Boards of Canada diviene puro zeitgeist.
Da lì prenderà piede il movimento hauntology, di cui il duo scozzese rappresenta una delle chimere irraggiungibili, una fonte d’ispirazione inarrivabile alla quale la definizione stessa di hauntology è sempre andata un po’ stretta. Nei Boards of Canada, forse più che nei brani classici, quelli più strutturati e che durano diversi minuti, il vero elemento hauntologyco risiede probabilmente in quei brevi intermezzi dalla durata di un minuto o poco più, ma che hanno la capacità di costruire un mondo – o di riattualizzarlo. Brevi momenti che sembrano accompagnare quei silenziosi episodi catartici che caratterizzano la natura, ma che al tempo stesso possono funzionare perfettamente anche nei contesti urbani. Sospensioni che si adattano alla descrizione di un tramonto, ma anche alla gita notturna in un bus di ritorno da un rave – e infatti Burial proseguirà questa tradizione, quantomeno nei due LP. Questo accadeva nella celestiale Wildlife Analysis, in The Color of the Fire e in Bocuma, nella melancolia di Olson e in quella appena più sfocata di One Very Important Thought: tutti episodi di Music Has The Right to Children.
In Geogaddi le cose non cambiano di molto, a parte una tonalità emotiva più oscura e accentuata. Si parte più o meno nello stesso modo, con Ready Lets Go che preannuncia uno dei loro brani più amati, Music is Math. Ma qui gli intermezzi – sempre che non sia oltraggioso chiamarli in questo modo – sembrano farsi addirittura più vaghi, lontani e ambigui. Basta ascoltare Over the Horizon Radar o l’inquietante Opening the Mouth, prima di arrivare alla conclusiva e già citata Magic Window, composta da un minuto e quarantasei secondi di silenzio: il grado zero di qualsiasi cosa.
Geogaddi è il disco che chiudeva la lista “Favorite Albums Of The 2000s”, stilata da Simon Reynolds nel gennaio del 2010. Unico disco, o quasi, di musica elettronica propriamente detta – tanto per far capire il periodo. Quel disco si trovava nella posizione “50”, ma evidentemente aveva un posto particolare nel cuore di Reynolds, dal momento che anni dopo salirà alla posizione numero “5” della classifica dei migliori dischi IDM compilata da Pitchfork, con il giornalista inglese a scrivere il breve articolo di presentazione per l’album. Dirà di Geogaddi che è «insieme una reiterazione, un’intensificazione e un sottile cambiamento» del precedente e cardinale Music Has the Right to Children del 1998, il loro primo vero album. Prima di questo vi erano stati alcuni EP ammantati dal fascino della rarità, ma sicuramente non all’altezza dell’esordio. E se infatti nel loro primo disco si potevano rintracciare delle ambizioni quasi avanguardistiche, frutto di tutto un lavoro che andava sviluppandosi in quegli anni, che consisteva sostanzialmente nell’unire ritmi fratturati e futuristici a melodie che partivano dalle classiche incursioni sci-fi fatte al synth fino ad arrivare a quelle che andavano a congiungersi con beat tendenti alla psichedelia, in Geogaddi si respira un’aria per certi versi meno cervellotica. Questo almeno a un primo ascolto.
Secondo il sottoscritto, Music Has the Right to Children era ancora più propriamente il figlio della sua epoca, ovvero di quella scena che poi verrà comunemente (e in maniera per certi versi controversa) da tutti chiamata IDM, Intelligent Dance Music. In Music Has the Right to Children tutto è leggermente più limpido che in Geogaddi. Ma questo non cambia certamente il fatto che quel disco resta probabilmente il loro più grande capolavoro. Mentre in Geogaddi, come dice Reynolds in questa sua perfetta descrizione, sotto quella «bellezza spettrale e gassosa, i ritmi breakbeat continuano ad arrancare, fermi e stoici nel loro viaggio solitario verso il nulla», è vero pure che questi sembrerebbero essere meno protagonisti rispetto all’album precedente. Forse per via semplicemente di una questione di volumi e settaggi, e non di chissà quale ricerca ontologica sul concetto di beat. Nonostante questo, i due album sono ritenuti quasi all’unanimità complementari. Questo perlopiù dalla vulgata. Ma come è noto, i Boards of Canada hanno una schiera di fedelissimi fan che ascoltano ogni cosa prodotta dal duo scozzese con una perizia che non di rado sfocia nel religioso. In quella che è considerata la bibbia di ogni vero fan del gruppo, ovvero BoCPages, Geogaddi viene descritto come «senza dubbio il loro disco più controverso». Perché?
Se è vero che sin dal loro esordio, sul gruppo vennero a consolidarsi alcune leggende che partivano dai più minuziosi particolari delle copertine e dei sample da loro usati, con Geogaddi il fuoco che animava questo gioco di indagine e ricerca fu alimentato dai Boards of Canada stessi. Tanto per cominciare, il disco fu trainato da una promozione a dir poco singolare, con Warp che organizzò sei “listening parties”, ognuno dei quali in una chiesa di alcune città sparse nel mondo: Londra, New York City, Tokyo, Edimburgo, Berlino, Parigi. Ovviamente uno dei misteri sui quali da tempo si interrogavano i fan era proprio questo: il rapporto che intercorreva tra i Boards of Canada e la religione, più nello specifico l’occultismo e il satanismo. Nonostante loro stessi si fossero espressi al riguardo dichiarando che il loro interesse nei confronti di questi temi era solo inerente all’aspetto sociale, aggregativo e comunitario dell’esperienza religiosa, alcuni dettagli fanno pensare che sotto potrebbe esserci qualcosa in più.
Geogaddi è infatti il loro disco più cupo fino a quel momento – un’oscurità sonora che tornerà poi nell’altro capolavoro Tomorrow’s Harvest, ma in questo caso fortemente tendente all’apocalittico. In quella cupezza, come se non bastasse, spicca una serie di indizi, come ad esempio alcune possibili allusioni bibliche snocciolate lungo buona parte del disco, un riferimento alla setta dei Davidiani nel brano 1969 e altre cose di questo tipo nei seguenti brani You Could Feel the Sky, Alpha and Omega, Dawn Chorus. Oltre a questo, c’è tutto un dibattito ancora in corso sul significato del titolo, col suo riferimento a “Geo”, l’ambigua entità terrestre unita a non si capisce bene cosa altro, e una copertina che potenzia ulteriormente il culto, costituita dagli elementi principali del loro immaginario: l’esagono, gli alberi (geo), i bambini, la comunità. Il tutto ovviamente ammantato dall’ormai caratteristico sfocamento e fruscio boardsofcanadiano. Altre fonti, tutte sempre accuratamente raccolte da BoCPages, rivelano curiose affinità tra quel disco e la numerologia. Intanto il disco ha la durata perfetta di 66’ e 06’’, insomma il famoso numero della bestia, ma c’è addirittura chi rivela che convertendo il CD in mp3, la dimensione complessiva dell’album in MB è ancora questa: 666. Il brano che apre ufficialmente il disco è intitolato Music is Math, un altro brano sembra provenire dagli Analitici primi di Aristotele, “A is to B as B is to C”. Un caso? Chissà…
Questo per dire che se il culto Boards of Canada era già stato avviato con Music Has the Right to Children, con Geogaddi il mistero sembra assumere una realtà ontologica di una certa sussistenza, certamente anche intenzionalmente favorito da loro stessi. «Il sottile cambiamento» di cui parlava Reynolds forse consiste unicamente in questo, anziché cercare tracce dal punto di vista musicale, come si è provato a fare poco sopra.
La musica. Una musica che, come si è già detto, è piuttosto cupa. Geogaddi uscì il 13/02/2002, cinque mesi dopo gli sconcertanti accadimenti dell’11 settembre. Il disco fu influenzato fortemente da quell’evento che, come dichiarato dai due, fu vissuto da loro durante una giornata in studio incollati davanti alla TV, seguendo la vicenda. Un fatto che inevitabilmente ha finito per materializzarsi nei brani: nella composizione vera e propria o magari più semplicemente nella scelta dei 22 pezzi (l’ultimo, il ventitreesimo, Magic Window è composto da solo silenzio…), pescati tra i 90 che avevano registrato nei quattro anni intercorsi dal precedente album.
Ascoltarlo negli anni 20 significa dover affrontare una sedimentazione lunga due decenni, nel quale il culto si è infittito, nonostante qualche rivelazione shockante. Ma all’epoca in cui uscì, il culto si stava ancora codificando.
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