Recensioni

A pensarci bene i Black Rebel Motorcycle Club non condividono con i White Stripes solo l’esordio col botto a inizio millennio – tra le altre, facevano parte di quell’infornata di rock band anche Strokes e Interpol – ma pure una certa attitudine per una “semplificazione” che potremmo definire quasi un “limite funzionale autoimposto”. Nel caso della formazione di Jack White si trattava di un discorso legato a scelte strumentali ben precise e circoscritte a chitarra e batteria, appurato che invece dal punto di vista della scrittura i Nostri non se la cavavano affatto male, mentre per i BRMC si potrebbe parlare di un songwriting abbarbicato sulla formula vincente dei tempi d’oro di B.R.M.C. (2001) e giunto pressoché immutato fino al 2018, in formato power trio chitarra-basso-batteria e supportato da un impianto ritmico monocromatico. Certo, quel sunto efficace e ben targetizzabile di shoegaze, psichedelia, post punk-wave, punk-rock e qualche virgola di Stooges ha guadagnato nel tempo certe sfumature più blues o addirittura una veste acustica quasi folk – pensiamo a dischi come Howl, ad esempio, o a brani come Beat The Devil’s Tattoo – ma gira e rigira, se studiassimo al microscopio la grammatica delle composizioni della band americana, scopriremmo cliché che si ripetono a oltranza, disco dopo disco. Insomma, ci sarà un motivo se una traccia come Six Barrel Shotgun compresa in Take Them On, On Your Own somiglia pericolosamente a una Whatever Happened To My Rock & Roll (Punk Song) in tracklist nel disco d’esordio della formazione, no?

Di questo ti accorgi soprattutto in sede di concerto, quando il confronto tra il materiale inciso in momenti diversi si fa serrato e inevitabile. Nonostante tutto però, a chi scrive è sempre sembrato che Peter Hayes, Robert Levon Been e Leah Shapiro (sostituta del batterista originario, Nick Jago) fossero bravi – lo sono stati in passato e lo sono tuttora, come dimostra l’ultimo, discreto Wrong Creatures – a fare con quel poco, molto, lavorando sulla caratura e sulle desinenze del suono, sulla cura del dettaglio, sui riff, se non proprio sull’immaginario: quello in effetti rimane tuttora piuttosto basale – diciamolo pure, “stereotipato” – tra teschi a fare da sfondo alle t-shirt del merchandise ufficiale e da scenografia al palco della data dei BRMC al festival cesenate Acieloaperto, e i classici giubbotti in pelle indossati dai musicisti anche quando nel cortile della Rocca Malatestiana il pubblico boccheggia per il caldo in maglietta e pantaloncini. Ecco, la formazione di San Francisco, oltre alla musica, ha sempre saputo vendere anche quell’immaginario un po’ tetro (e trito) come se fosse una carta di identità, ed è forse questo uno dei suoi pregi maggiori, assieme a un suono che certe pennellate nere le tiene ben incollate a muri di chitarre elettriche sparati tra flutti di delay, overdrive e riverberi impeccabili. Come accade, ad esempio, nella Spook che dà il via a un concerto lungo quasi due ore e con una buona affluenza di pubblico, o magari nella successiva e intrigante Little Thing Gone Wild.

Tutto godibile, sia chiaro, soprattutto quando si spinge sull’acceleratore – pensiamo a episodi come Stop, Love Burns, Berlin – o si devia su certe circolarità blues (Beat The Devil’s Tattoo, Ain’t No Easy Way), un po’ meno nei brani che giocano tra chiaroscuri e narcosi (ad esempio King Of Bones), dietro cui si coglie, talvolta, un po’ di mestiere. Due i difetti di questo concerto: certi volumi troppo spinti per chi si fosse trovato nei pressi del palco – a dieci-quindici metri dal suddetto dolevano quasi le orecchie, col cantato e certe stilettate di chitarra spesso in saturazione – e un approccio della band che non potremmo certo definire coinvolgente: Peter Hayes suona con competenza e bello concentrato, ma è una statua; Leah Shapiro sta sul suo quattro quarti e di lì non si schioda, ma almeno ci mette una certa fisicità; Robert Levon Been la butta sulla caciara rock & roll, con qualche posa di troppo che vorrebbe coinvolgere ma scade nella macchietta – e forse anche in qualche errore, a giudicare da certe espressioni taglienti riservategli da Hayes.

Whatever Happened To My Rock & Roll (Punk Song) chiude un live in cui c’è persino il tempo per ascoltare una Dirty Old Town di poguesiana memoria – ma in realtà scritta da Ewan MacColl – e proposta solo voce e chitarra acustica dallo stesso Robert Levon Been (a nostro avviso, uno dei momenti migliori dell’esibizione). A fine corsa non si urla al miracolo, è vero, ma certi passaggi del live mettono ancora un certo pepe al nostro gene (ormai) recessivo del rock’n’roll, e la concretezza che dimostrano i BRMC sul palco è tutto fuorché pretenziosa. Tu chiamala, se vuoi, esperienza.

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