Recensioni

Dopo l’entusiasmante abbuffata elettrica del disco d’esordio e gli appannamenti del capitolo successivo, pareva quasi inevitabile che i Black Rebel Motorcycle Club arrivassero a dare una svolta radicale ad uno stile capace di conquistare con le sue chitarre sporche e psichedeliche ma ormai pericolosamente vicino alla maniera. Visto il passato del terzetto americano veniva naturale pensare che se un cambiamento doveva esserci, non poteva che corrispondere ad un innamoramento con tutti i crismi per la roots music, il blues e le atmosfere acustiche.
Eccoli allora i nuovi BRMC, fotografati con una vecchia Gibson Hummingbird tra le braccia, colti in flagrante nell’atto di abbassare la manopola dei volumi e convinti di poter nascondere le vecchie pedaliere degli effetti sotto il tappeto di casa, impegnati a prendere lezioni di gospel in qualche chiesa sperduta del Sud degli States e sorpresi a spedire una letterina al fan club di Johnny Cash. In Howl la band di Peter Hayes, Robert Turner e Nick Jago abbraccia gli insegnamenti dei Brian Jonestown Massacre (Shuffle Your Feet e Still Suspicion Holds You Tight), confeziona sentiti omaggi al man in black per antonomasia (Devil’s Waiting) e al Bruce Springsteen di Nebraska (Fault Line), si fa irretire dal fascino del Rhodes e dai suoni penetranti della slide guitar (Howl e Ain’t No Easy Way).
Dall’opera di conversione messa in atto emerge un disco convincente, un compendio di buone vibrazioni che trasuda energia e sicuro appeal, grazie anche a un ritrovato entusiasmo ed una verve intrigante. Solo il tempo potrà dirci se questo Howl sarà destinato a rimanere un caso isolato nella discografia del gruppo di San Francisco o rappresenterà invece il promettente inizio di un nuovo corso.
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