Recensioni

Parliamoci chiaro, unica data estiva dei Black Lips in Italia uguale Hana Bi. Impossibile non associarli, speculari, uniti. E invece è la loro prima volta insieme, una sera di agosto, e noi, ad occhio un duemila scarsi, a fare i guardoni, sulla duna, nascosti, ovunque, insudiciati e cattivi nonostante tutto. La tettoia è pronta, un grosso e maldisegnato lenzuolo appeso alle loro spalle ci dice che suoneranno i Black Lips, poco altro. C’è aria infestata, aria di festa.
L’attacco di Family Tree (che attacco!) è già un sequestro di persona, per giunta premeditato (che sadici!) visto come fa sobbalzare i fegati e scappare le zanzare. Segue la scialba Modern Art per un inizio concerto firmato tutto Arabia Mountain. Suvvia che c’è tutto, urlacci da ubriaconi e stage diving soft core (Drive by Buddy tratta dall’ultimo e non esaltante Underneath the Rainbow), country anfetaminici (la stonatissima Justice After All, debordante), e pure la sberla fischiettata (e aggredita, e aggredita ancora) in salsa Ramones di Raw Meat. Boys in The Wood è una rincorsa di sputi, incrociati, blues definitivo e malconcio – ancor di più live – e dunque i cori si sprecano mentre le braccia delle prime file sbattono sulle transenne (perché le transenne all’Hana Bi?) e tanti saluti alla dignità da qui in poi. Ma non dimentichiamo gli evergreen, e dunque una Drugs strascicata all’inverosimile per non parlare di quella Oh Katrina già inno, già birre che volano verso il palco.
Insomma, c’è tutto quello di cui hanno bisogno i salterellanti giovani che spingono verso il palchetto, e cioè del sano garage rock, una volta polveroso e ora patinato, però suonato come si deve. Sempre. Ma poi bisogna saper offrire tutto il resto, il contorno imprevisto, e il resto lo sanno regalare quasi solo i Black Lips. Per esempio Cole Alexander che se la prende con la staccionata, e giù calci e crolla quasi tutto. Il sempre morigerato Jared Swilley, una furia, nervosissimo, impreca qui e là, devastante anche quando se la prende col tecnico del suono. Oppure Joe Bradley, batterista indemoniato, tutto coretti e faccette. E tanto altro per cui servirebbe un applicazione SA per l’olfatto e il gusto.
Infine Bad Kids è apoteosi annunciata. Invasione inarrestabile. Rimane il ricordo sfocato di un ometto tutto tondo, faccia sudaticcia all’inverosimile, schiacciato fra la batteria e l’orda di ragazzacci che occupano tutto, spintonandosi, e questo piccolo uomo enorme che cerca di tenere tutti a bada spingendoli, abbracciandoli verso la spiaggia, inutilmente, meravigliosamente, su ragazzi fate i bravi. L’evento più sudato dell’estate musicale 2014.
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