Recensioni

Arrivano al secondo disco i Blaak Heat Shujaa, trio dedito a uno psych-stoner capace di sintetizzare le tendenze etno-mistiche in voga oggigiorno con un ‘hard-stoner che spazia dai riffoni ’70s dei Black Sabbath ai peyote del deserto 90s. E’ stata un’ascesa rapida quella dei tre parigini, iniziata con debutto omonimo firmato nel 2010 che si avvaleva già della presenza dell’ex Kyuss Scott Reeder in cabina di regia, e continuata con il trasferimento in California ancora sotto l’ala protettiva di Reeder, che ha gentilmente concesso il suo ranch nel deserto per le registrazioni di questo nuovo lavoro. In più l’influsso di nuove conoscenze maturate per strada e qui rappresentate dall’ospitata di uno dei fratellini Fatso Jetson, Mario Lalli, e da quella dello scrittore/poeta Ron Whitehead.
Sono litanie quelle contenute in The Edge of an era, la chiusa di un cerchio su una spiritualità heavy che sta esattamente in mezzo al lavoro di Al Cisnerus, tra la potenza degli Sleep e le liturgie a marchio Om. Pronti via troviamo The obscurantist Field e Shadows a marcare subito il territorio con le chitarre che svolazzano in arpeggi mediorientali e riffoni psichedelici mentre sotto basso e batteria costruiscono impalcature desertiche al solito acide e velenose. Poi spazio all’hard minaccioso e rivoluzionario di Society of Barricades e alla più eterea Pelham Blue, momento di calma prima di ripiombare nel misticismo di Lands of freaks, home of the brave, con un basso cupo a dettare i tempi laddove le chitarre tornano a fuzzare con trascendenza, in un continuo scambio oriente/occidente mai così naturale. Insomma pur restando aggrappato a mondi difformi c’è equilibrio e compattezza, rendendo scontato il lieto fine: The Edge Of An Era lancia i Blaak Heat Shujaa tra le figure di spicco del genere e si pone come uno dei dischi stoner più interessanti del 2013.
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