Un senso di pervadente spiritualità
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Stefano Pifferi
- 10 Settembre 2012
Sarebbe difficile non parlarne ora. Non tanto per l’influenza che l’esperienza Sleep, prima, e Om, poi, ha avuto su una certa, ampia fetta dell’underground mondiale, quanto per il semplice fatto che entrambe le formazioni legate a doppia mandata intorno ad Al Cisneros sono protagoniste di questi ultimi mesi.
La ristampa del casus belli Dopesmoker col conseguente rientro on stage del terzetto originario formato da Al Cisneros, Matt Pike e Chris Hakius (quest’ultimo in realtà sostituito quasi subito da Jason Roeder dei Neurosis) si unisce al tour promozionale con cui gli Om hanno preparato i propri fan all’arrivo di Advaitic Songs, in uscita proprio in questa torrida estate. Tour che fa coppia con la annunciata partecipazione, prevista per fine settembre, al festival Il sacro attraverso l’ordinario di Torino. La sezione musicale denominata Bija è curata da Fabrizio Modonese Palumbo (Larsen, (r)) e vede gli Om suonare in accoppiata da urlo con Demdike Stare, all’interno di una manifestazione che, spaziando da Carla Bozulich a Ramon Moro, è dimostrazione di apertura mentale estrema e superamento di paletti. Non è un caso che il tema ispiratore del festival, “Ricercare ciò che di sacro alimenta, non visto, l’ordinario”, calzi a pennello alle esperienze Sleep e Om.
Heavy me(n)tal for the weed generation
Due realtà legate a doppia mandata, seppur con connotati musicali diversi. Gli Sleep, innanzitutto. Una delle band più “di culto” dell’intero underground mondiale a cavallo tra i due millenni. Circondati da una aura di mito costruito a furia di rock rumoroso figlio in egual misura dell’hard dei seventies, della psychedelia più acida e dello stoner primigenio. Una musica sicuramente non originale, ma sapientemente circondata da un nube di sostanze psicotrope da lasciare sconvolti e ricettivi verso la dilatazione della percezione che i tre vogliono mettere in atto con la propria musica. Musica fatta da chi prende droghe per poter prendere altre droghe, alla maniera dei cari Spacemen 3 di cui storpiamo ignobilmente il fantastico titolo dell’album del ’90 per rendere l’idea. Solo che nel caso dei tre di San Josè, a venire abusata è prevalentemente la marijuana, assunta molto spesso nella desolazione e nel silenzio del deserto per alterare gli stati di coscienza. Trascendenza e spiritualità pagano-psicotropa sembrano essere le coordinate che muovono i tre sin da subito, pur applicate ad un range musicale di matrice classicamente doomy.
È Volume One, vinile e cd per la Tupelo Recordings nel 1991, a far notare gli Sleep e un suono monolitico che viene riesumato dall’oblio di un paio di decenni. A quell’altezza il quarto Sleep (e quarto Asbestos Death, vedi oltre), Justin Marler, ha già abbandonato la nave per perseguire una scelta a dir poco controtendenza, ma come vedremo neanche troppo latente nell’epopea Sleep/Om: la via monacale (!!!) che molto ha a che vedere con quella sorta di ascetismo pregno di spiritualità che segnerà le vicende degli Om. In realtà l’esperienza mistica durerà poco, se è vero che già nel 1999 Marler aveva fondato i Sabians, gruppo che rilascerà un paio di album, proprio con l’aiuto del drummer Haikus.
Volume One è un disco nero come la cover che lo rappresenta. Giocato sul limitare del doom più cadenzato possibile – si ascoltino l’opener Stillborn o Numb al riguardo – e dotato di un rifferama non indifferente, si collegava al doom storico a stelle&strisce (quello incompromissorio e ortodosso di Obsessed e Saint Vitus su tutti) e omaggiava i Black Sabbath sin dal titolo (“all’epoca provavo a riempire ogni spazio con il maggior numero di elementi di scuola Tony Iommi, tenendo a mente i primi quattro album dei Sabbath” dichiarava qualche anno fa Cisneros), lasciando però intendere la volontà di smarcamento dagli stilemi tradizionali del genere. In buon equilibrio tra pesantezze slow, mazzate percussive, ossessività reiterata e svisate heavy metal, il nove-tracce lasciava infatti già intravedere ciò che si sarebbe sviluppato di lì a poco: decontesualizzazione del metal aperto a lidi stoner e, in alcuni casi, a suggestioni “altre” (il medioriente grondante sangue di Catatonic, l’heavy-rock in versione minimal di Nebuchadnezzar’s Dream, le scorie jazz inacidite in Scourge) legate indissolubilmente alla dimensione lisergica di lì prossima a manifestarsi pienamente. C’era una luce iridescente alla fine del tunnel, insomma.
Come accennato, prima di Volume One c’era stato qualcos’altro che serve a inquadrare ciò che verrà nel filone “metal”. Gli Asbestos Death, progetto già dal nome ricalcato su quello dei più famosi “al napalm”, erano il quartetto formato da Cisneros e Hakius con Tom Choi (poi It Is I, altra band sottovalutata ma notevole nel panorama weird-heavy d’inizi ’90) e col subentrato Pike, ma vissero giusto lo spazio di un paio di 7” – Dejection su Profane Existence e l’autoprodotto Unclean – prima dell’abbandono di Choi e della trasformazione in Sleep. Il tutto, post-hardcore grezzissimo e velenosamente sludgy, vedrà poi la luce grazie al commemorativo cd Dejection Unclean rilasciato dalla Southern Lord nel 2007 ma in quei pochi minuti complessivi è già rintracciabile ciò che in forme più dilatate e sludgy vedrà la luce nel primo album degli Sleep.
È però col secondo album che lo scavo nel metal approda ai padri indiscussi. I Black Sabbath. Nome ovvio, si penserà a ragione, ma a quell’altezza temporale ancora non proprio metabolizzato ad ampio spettro e pronti ad una “riscoperta” sui generis. L’album venne pubblicato da una entusiasta Earache – pronta ad allargare i propri confini una volta conquistata una certa credibilità sul campo delle musiche estreme – direttamente dal nastro demo spedito dai tre americani, è un concentrato di rifferama hard tanto potente quanto oppiaceo che deve sempre molto al doom americano e al nascente astro stoner, ma si nutre di umori retro-rock dimostrando come in realtà siano proprio i quattro in nero citati sopra ad essere la stella guida per il trio californiano. L’accoglienza fu immediatamente eccellente a 360 gradi, tanto che gli Sleep di Holy Mountain a ragione possono essere considerati come l’anello di congiunzione tra realtà al tempo ancora divise schematicamente, e capace di metter d’accordo metalheads, doomsters indefessi, hippie fuori tempo massimo e popolo alternative.
L’opener Dragonaut toglie ogni dubbio al riguardo col suo riffone hard montante con tanto di Orange al rosso e furiosi scapocciamenti in modalità headbanging. È l’intero album però che sembra dilatarsi sulla falsariga dell’opener: tra inni ai druidi (The Druid, fuzz e hard dei 70s rivisto in modalità stoned), omaggi giocosi alla weed (lo sberleffo bluegrass di Some Grass), visionarietà hard-rock pestona (Evil Gipsy/Solomon’s Theme col suo tripudio di distorsioni psych) le musiche dell’ormai trio si allungano e dilatano, acquisendo finalmente una propria personalità. È però coi due instant classic Holy Mountain (presente da dove ha preso il nome la label che timbrò l’esordio degli Om?) e From Beyond – due pezzi per venti minuti di devasto allucinogeno – che i tre riescono a portare a compimento l’idea di rivitalizzare l’hard dei settanta a furia di oppiacei e venature psichedeliche pesanti.
I Black Sabbath in particolare, come dicevamo, sembrano essere quasi una ossessione all’altezza di Sleep’s Holy Mountain. Oltre a svolazzare sull’intero comeback dei tre, gli Sleep avevano omaggiato direttamente la band di Toni Iommi già nel 7” Volume 2 (Off The Disk recs, 1992) in cui per la prima volta il terzetto era stabilizzato nella formazione definitiva Cisneros, Hakius, Pike. Il lato A del vinile era infatti occupato dal classico sabbathiano Lord Of This World, mentre poco dopo l’esordio per la Earache – indiscutibilmente la miglior etichetta estrema dell’ultimo quarto di secolo – la label di Nottingham li invitava a partecipare a Masters Of Misery, uno dei tributi meglio riusciti ai cavalieri in nero, che vedeva i tre in compagnia del roster tutto: Cathedral, Godflesh, Brutal Truth, Scorn e compagnia cantante.
L’implosione è vicina, ma i tre ne sono ignari quando firmano con la London. La fattanza però è ai suoi massimi livelli e quando gli Sleep si rendono conto che il progetto di una unica traccia drogatissima da quasi un’ora di musica è ricacciato indietro dai boss della major perché impubblicabile, l’unica via è lo scioglimento. Non prima, ovvio, di aver mandato letteralmente “in fumo” le migliaia di dollari che la London aveva anticipato per le session di registrazione che, leggenda vuole, durarono un paio d’anni sotto l’orecchio attento (si spera, ma non ci mettiamo la mano sul fuoco) di Billy Anderson, all’epoca producer di culto per la scena estrema (Melvins, Clutch, Neurosis, ecc.).
Il resto è storia: circolato in forme ibride – la versione intitolata Jerusalem pubblicata dalla Rise Above di Lee Dorrian – o non ufficiali (la release targata Tee Pee del 2003 o l’omonimo bootleg “ufficioso”), Dopesmoker vede la luce solo ora, grazie alla benemerita Southern Lord, pronta a pagar dazio ad un lavoro sicuramente in fluentissimo nelle coordinate ideologiche dell’etichetta.
Seppur illuminati da una fugace fama cinematografica – Dragonaut appare su Gummo di Harmony Korine e un estratto da Dopesmoker su Broken Flowers di Jarmusch – gli Sleep vivranno nel silenzio discografico e nel culto montante di schiere di metalheads (ma non solo) del mondo, fino alle prove live di questi ultimi anni, in cui proprio l’oggetto del desiderio Dopesmoker verrà portato alle orecchie bisognose dei fan.
L’epopea targata Sleep però sopravvive al proprio culto e come un’araba fenice dell’heavy sound rinasce di lì a poco. Da una parte Matt Pike con gli High On Fire (ma non solo), dall’altra la sezione ritmica Cisneros-Haikus con gli Om.
Variations on a single, ohm theme
Il passo è breve ma la distanza enorme. Gli Om prendono molto di ciò che erano gli Sleep ma lo modificano nel breve volgere di un paio di album, spostando ascisse e ordinate di un suono in continua evoluzione. In primo luogo, è l’armamentario utilizzato a segnarne gli sviluppi; in secondo, le avvisaglie di uno spostamento, una curiosità per lidi musicali non più strettamente metal, si erano già avute nei lavori compiuti del trio, col distacco da Pike – invece molto più attento a forme “estreme” e più pure, come dimostrerà la carriera post-Sleep (specie quella a nome High On Fire) – da accogliersi veramente come una manna dal cielo.
Cisneros e Hakius, ritrovatisi soli, non spostano di molto l’attitudine degli Sleep, almeno nell’esordio Variations On A Theme, arrivato per Holy Mountain solo nel 2005, a una decina d’anni dallo scioglimento. La formula è per forza di cose ridotta, dato che sezione ritmica erano e sezione ritmica restano, ma la cosa non si nota affatto, anzi, sembra donare alle musiche del duo un qualcosa in più a livello di trascendenza.
Non è casuale nemmeno la scelta del nome per il nuovo progetto. Om è sì, uno dei dischi considerati minori di John Coltrane (registrato con Pharoah Sanders nel 1965, ma pubblicato postumo), quasi a dimostrare volontà di rottura di barriere, ma soprattutto è la sillaba magica delle religioni indù, il primo, grande respiro cosmico, “la parola essenziale, il verbo della forza” come ebbe a dire proprio Coltrane per il suo lavoro. Quella con cui ogni preghiera indù ha inizio e fine. Così le musiche del duo si dilatano vertiginosamente e nello stesso tempo si imbevono di spiritualità e misticismo alla ricerca del trascendente.
I tre pezzi di Variations On A Theme sono esemplari in questo senso. Lunghe, se non lunghissime, suite che fanno dell’approccio minimale e della reiterazione il proprio punto di forza, in cui l’interplay tra il basso iperdistorto di Cisneros e la batteria mobile di Hakius è quanto di più lisergico ci si possa aspettare da due ex-fattoni risvegliati dal torpore oppiaceo dall’avvicinarsi alle discipline orientali. Lo spessore del suono ha ancora un evidente retaggio Sleep, ma è come se attraverso il tour de force strumentale – i 21 e rotti minuti di On The Mountains At Dawn dicono tutto – i due cercassero l’illuminazione.
È però la geografia, così come l’immaginario del duo ad essere ormai lontana anni luce da quello che erano gli Sleep. Massicci montuosi del Nepal (Annapurna) e filosofi indiani (il Kapila di Kapila’s Theme) sostituiscono l’immaginario da doping psicotropo fatto di “draghi, maghi e carri pieni d’erba” che era il motore pulsante degli Sleep, per fiondarsi in un lungo trip – etimologicamente e non – che sposta l’asse portante nello spazio, verso Oriente, e nel tempo, verso un passato arcaico.
La riprova si avrà l’anno successivo con Conference Of The Birds, ritorno sempre targato Holy Mountain e coevo a esperienze discografiche (e non solo) di fondamentale importanza. Escono nello stesso anno due vinili piccoli condivisi rispettivamente con Current 93 (il 10” Inerrant Rays Of Infallible Sun su Neurot) e Six Organs Of Admittance (il 45 giri Bedouin’s Vigil/Assyrian Blood) in cui il duo si avvicina all’esoterismo e alla ricerca visionaria, allargando di molto la fino ad allora ristretta cerchia di influenze e orizzonti (non solo musicali).
Zero (o quasi) distorsione, pacificazione mantrica nella voce di Cisneros, ipnotiche volute di fumi psichedelici innervano i due soli pezzi di Conference: At Giza, ennesima tappa in una geografia psichica ormai evidentemente orientata verso il Medioriente, e la più corposamente stoner Flight Of The Eagle (anch’essa pervasa da pellegrinaggi psichici verso il Libano e i “cheopian fields”) portano le stigmate dell’Om sound che sarà. Psichedelia liquida dall’afflato mistico-orientaleggiante e ritualistico.
La formula è ormai rodata. Le asperità retaggio del passato heavy del tutto limate. Il pellegrinaggio psichico del duo può dunque approdare alla sua forma più compiuta. È il biennio 2007-2009 quando si manifestano Pilgrimage, l’ultima prova con Hakius dietro le pelli, e God Is Good. Lavori che segna ormai in maniera irrevocabile come l’interesse degli Om sia ben definito non solo come suono, quanto soprattutto come immaginario.
Il primo dei due lavori prodotti da Steve Albini esce per Southern Lord, a dimostrazione del peso degli ex-Sleep nel panorama estremo mondiale. Nei suoni di Pilgrimage però c’è poco di estremo in senso stretto. Nella title track, il canto di Cisneros è ormai un sussurro dai risvolti mantrici tanto che più che un cantante sembra un monaco pronto alla preghiera mentre i suoi giri di basso ipnotici scivolano via supportati dal drumming tribale di Hakius. La reprise di Pilgrimage posta in chiusura d’album è più di un indizio per comprendere come il furore antico – ben espresso in Unitive Knowledge Of The Godhead e nell’attacco in overdrive di Bhima’s Theme – giaccia ormai sopito sotto le ceneri. Incastonato, quasi circondato o avvolto in una idea più ampia, meno violenta strumentalmente eppure sempre trancendente, di musica. Il monolitico heavy-sound viene via via inglobato in una sorta di spirituale cerimoniere d’antiche fattezze.
Prima dell’uscita di God Is Good, album del 2009 sempre targato Albini ma pubblicato da una insolitamente heavy Drag City, c’è un momento fondamentale nell’evoluzione degli Om: la fuoriuscita di Chris Hakius. A testimoniare il passaggio del testimone tra il batterista fondatore e la new entry Emil Amos (drummer anche dei prog-avant-metallers Grails), ci sono ben due live registrati a cavallo tra Pilgrimage e God Is Good. Il Live At Jerusalem testimonia una serata del dicembre 2007 al Club Uganda della città tre volte sacra, mentre Conference Live è la riproposizione newyorchese dell’omonimo album avvenuta a fine 2008, con la finalità di testare Amos sul vecchio materiale.
God Is Good è dunque la prima prova dei “nuovi” Om. L’innesto di un batterista energico e vitale come Amos ha portato in dote una maggiore interazione anche a livello compositivo, liberando verso il groove un suono sempre più minimale, psichedelico e avvolgente, figlio ora più dei Floyd di Set The Control For The Heart Of The Sun che dei Sabbath.
Ne sono prova tangibile le tre tracce “brevi” dell’album: il flauto di Lorraine Rath (già Amber Asylum) sul finire di Meditation Is The Practice Of God traspone verso immaginifiche lande arabe le volute fumose del duo, odorose quasi di dub tanto è profondo e avviluppante il suono e pacificato il messaggio. Le due parti di Cremation Ghat, ospite Robert A.A. Lowe (90 Day Men, Lichens) a voce e tamboura, reiterano il messaggio dell’illuminazione con un uso sapiente del trip da tribal sound (la parte I) e della distensione desertica (la parte II). È però l’opener Thebes coi suoi imponenti 20 minuti a fare la parte del leone. Voce salmodiante che si erge da minareti fatti di droning suggestivi e lirici rimandi ad un tempo prima del tempo (Salute the sun – invocates the first streamed rays / Append the fire rite – grounds on approach […] Grace of the angels guard the sanctum ground […] Time and space fall abandoned / Rise the stoned belief) prima di avvitarsi in un sound più corposo e lisergico.
I vuoti e il silenzio meditativo hanno definitivamente preso il sopravvento sull’overdrive. L’approdo è ormai raggiunto. La trascendenza compiuta.
Il resto è storia di questi giorni. Advaitic Songs introduce un allargamento della strumentazione – viole, violini, flauti, tablas e voci femminili – e un certo gusto per l’apertura orchestrale che esalta le sfumature senza ledere affatto il portato del duo, ormai di diritto nell’empireo delle (ex) musiche pesanti. Un empireo dai confini temporalmente indefiniti e dalla geografia in costante mutamento, trasversale ed eterodossa in cui confluiscono congreghe di travellers psichici e cercatori del vello d’oro tra i più diversi: dagli Embryo alla psichedelia più immaginaria dei Pink Floyd, dal kraut meno conformista targato Agitation Free et similia al materiale di risulta dei nostri La Piramide Di Sangue o alle mostruosità weird-etno dei Master Musicians Of Bukkake, tanto per fare dei nomi e mostrare come l’afflato cosmico, mistico-spirituale e profondamente psichedelico degli Om abbia radici lontane ma in continua evoluzione.
Dalle pesantezze degli Sleep alle minimali connotazioni lisergico-esoteriche degli Om, emerge una sottile linea rossa che rimane costante come una sillaba sospesa in eterno. Ohm.
