Recensioni

Quando parte la litania vocale di Addis si viene subito trascinati in un altro luogo e in un altro tempo. Il tempo arcaico del principio del tutto, nelle lande sabbiose e distanti dove la civiltà tutta ebbe inizio.
Percussioni sfiorate dal sapore mediorientale, archi che contrappuntano le linee melodiche e via verso una nuova visione targata Cisneros-Amos, in cui gli umori mediorientali si mescolano agli effluvi arabeggianti, ai vapori di incenso e alla spiritualità ancestrale e timeless che segna l’epopea Om sin dalla scelta del nome. A questo va aggiunta una nuova sensibilità melodico-orchestrale elaborata con una profusione di archi che riescono ad addolcire anche esempi old-school come il lento peregrinare post-sludgy di State Of Non-Return, paradossalmente nomen omen di questo nuovo corso.
Come se il lungo vagabondaggio psichico-spirituale iniziato con Pilgrimage e culminato poi nell’ode al dio buono, abbia inciso molto più profondamente nell’animo dei due (ormai ex) metal-heads di molto altro (vedi alla voce reinvenzione dello stoner, dilatazioni psych, tentativi di hard rock ridotto ai minimi termini). A segnare tutto Advaitic Songs è infatti una maggiore attenzione alle atmosfere evocative e trascendentali, dimostrate anche dalla scelta di utilizzare una gamma più ampia di strumenti a corda e percussivi, come le tradizionali tabla drums.
Tra voci lontane e profonde atmosfere sospese per una trance meditativa e visionariamente mistica (Sinai), svisate di psichedelia mantrica ed etnica sempre lì lì sul crinale tra sussurro salmodiante e deliquio da headbanging in moschea (Haqq-Al-Yaqin) e dilatati umori circolari e reiterati da giardino degli ulivi (Gethsemane) gli Om ci mostrano un mondo sempre più definito, trascendente e trascendentale, onirico e spirituale. Un percorso che ormai vede la luce e il suo ipotetico punto di non ritorno, almeno fino al prossimo viaggio.
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