Recensioni
Bill Lawrence, Jason Sudeikis
Ted Lasso - Stagione 2
-
Davide Cantire
- 21 Ottobre 2021

La seconda stagione di Ted Lasso comincia esattamente dove terminava la precedente, con l’AFC Richmond retrocesso in campionato e costretto a una lenta risalita dal limbo nel quale si trova per approdare nuovamente in Premier League. Al di fuori del contesto narrativo, però, la serie creata da Bill Lawrence, Jason Sudeikis e Brendan Hunt è reduce da una serie di trionfi e riconoscimenti senza precedenti: la prima stagione è diventata la più nominata nella storia degli Emmy (20 nomination) con premi conquistati dagli attori (Sudeikis, Hannah Waddingham e Brett Goldstein) nonché quello come miglior serie comedy del 2021. Il successo dello show è presto spiegato: Ted Lasso è stata in grado di coniugare perfettamente una sana dose di ottimismo di fondo nel racconto insieme a una variegata serie di temi dalla profondità non indifferente, il tutto all’interno di un prodotto di intrattenimento che trova nel genere sportivo il suo mezzo ideale. All’interno trovavamo spunti decisamente interessanti sui conflitti che tormentavano quello che all’apparenza era un personaggio solare e positivo: paura dell’abbandono, ansia sociale, attacchi di panico, salute mentale nello sport. Ted Lasso affermava che quello dell’essere gentili non è affatto un mestiere semplice, ci si deve lavorare e spesso causa danni incalcolabili, se questo si tramuta in eccesso di altruismo.
La seconda stagione di Ted Lasso aumenta il raggio di portata di questi delicatissimi temi estendendoli anche ai suoi comprimari. Più di tutto, questa stagione vive dei suoi personaggi secondari che così secondari in fin dei conti non sono. Divisa simbolicamente in due blocchi, da una prima parte in cui narrativamente il Richmond fatica a trovare la strada per la vittoria (i continui pareggi altro non sono che una metafora del limbo in cui il team si ritrova) a una seconda in cui tutti i problemi interiori dei vari personaggi vengono a galla (dagli attacchi di panico di Lasso alle turbe emotive di Coach Beard, dalla presa di consapevolezza di Roy Kent alla frustrazione di Nate). Tutti i pezzi sulla scacchiera invisibile dell’emotività costretti a saltare sotto lo sguardo riflessivo della psicologa Sharon Fieldstone, vero motore scatenante dell’intera stagione e personaggio che una volta ancora ribadisce quanto oggi sia indispensabile una figura professionale del genere nelle vite dell’uomo contemporaneo.
Di nuovo il calcio come metafora delle dinamiche della vita sociale e personale: per dare una sveglia a un team sopito bisogna e conquistare una vittoria che tarda ad arrivare bisogna rischiare, eliminando il rischio dall’equazione si rimane incastrati per forza di cose in un territorio sì senza problemi, ma anomalo, grigio e indistinto (come può esserlo il campionato cadetto). Per tornare ai livelli che contano e, a un piano superiore, a una stabilità emotiva duratura nel tempo ci si deve mettere a nudo e affrontare i traumi che la vita ci ha disseminato lungo la strada. In questo Ted Lasso riesce in maniera ancor più convinta e decisa che nella precedente stagione, in più allarga – come detto – il discorso a tutti gli altri personaggi “in campo”. Lo fa con Rebecca, prigioniera delle sue insicurezze sentimentali per via di un tradimento ancora difficile da digerire, probabilmente anche a causa della natura irrisolta dei problemi di natura paterna, così come il granitico Roy Kent viene rivestito di un’aura tutta nuova e aperta a relazioni e amicizie che prima non sembravano possibili. Poi, ancora, l’approfondimento di uno dei personaggi più enigmatici – Coach Beard – in un episodio standalone in cui la serie esalta la sua componente visiva (con un ammiccamento al mondo del musical e del racconto onirico in salsa Fuori orario), per arrivare alla metamorfosi di Nate, tra i personaggi più amati della prima stagione, che al termine di questa seconda verrà annoverato certamente tra i più odiati in assoluto. Anche, e soprattutto, per colpa di Ted. E qui sta la vera genialità dell’opera.

Il personaggio di Nick Mohammed è quello probabilmente subisce la metamorfosi più evidente, sia sul piano narrativo che su quello prettamente visivo, lato quest’ultimo sul quale la serie fa un lavoro di fino encomiabile: si può sia notare attraverso la colorazione dei capelli, che dal nero passa a tonalità più sfumate di grigio, fino al bianco del finale; sia attraverso la sua giustapposizione nelle inquadrature: quando è presente Ted, questi è quasi sempre in posizione contrapposta. Il tormento di Nate, la sua sconfitta, il suo discredere negli abissi dell’insicurezza è figlia del fallimento di Ted come amico e mentore.
Così come è importante valorizzare i propri punti forti, lo è altrettanto riconoscere i propri limiti e i fallimenti. Perché anche la più innocente delle ambizioni può sfuggire al nostro controllo e causare danni incalcolabili. Di tutto questo e molto altro ancora parla Ted Lasso, una serie che al termine della seconda stagione e alla vigilia della terza non pare subire momenti di stanca e sembra indirizzata a una conclusione da fuochi d’artificio, se le premesse dovessero essere mantenute anche l’anno prossimo.
Amazon
