Recensioni

Con Rooster, HBO Max prova ad arricchire il proprio catalogo con una serie che ambisce a muoversi su più registri, affidandosi a un nome di assoluto richiamo come Steve Carell e alla penna di Bill Lawrence, già dietro successi come Scrubs, Ted Lasso e Shrinking. Il risultato, però, è uno show che trova la sua ragion d’essere quasi esclusivamente nella presenza del suo protagonista, senza riuscire a definire con precisione una propria identità narrativa.
Ma andiamo con ordine. Carell interpreta Greg Russo, un padre imperfetto e profondamente umano che tenta di ricucire il rapporto con la figlia dopo che quest’ultima è stata lasciata dal marito per una donna più giovane. È un ruolo che gli calza come un guanto: Greg sembra infatti costruito su misura per valorizzare tutte le sfumature dell’attore, dalla goffaggine emotiva alla capacità di far emergere, quasi in sordina, una malinconia autentica. In questo senso, il personaggio si inserisce perfettamente nella galleria di uomini fragili e bisognosi d’affetto (nel pieno di una crisi di mezza età) che Carell ha reso iconici nel corso della sua carriera, diventando qui una sorta di sintesi, una lettera d’amore ai suoi ruoli precedenti (su tutti, il Michael Scott di The Office). Ed è proprio grazie a lui che Rooster riesce, a tratti, a colpire nel segno, regalando momenti di sincera tenerezza e persino lampi di inaspettata saggezza.

Tuttavia, la serie fa veramente fatica a trovare un suo equilibrio interno. L’impronta di Lawrence è evidente soprattutto nella leggerezza che domina la scena: le battute sono frequenti, il tono è spesso scanzonato anche quando la materia narrativa suggerirebbe maggiore profondità. Ma qui, a differenza delle sue opere migliori, il focus appare sfuggente, come se la scrittura non fosse stata rifinita fino in fondo. Lo show sembra voler ambire a essere contemporaneamente una serie d’autore — con il percorso di Greg che torna in un contesto universitario per recuperare ciò che non ha mai avuto — e una sit-com dal ritmo serrato, costruita su gag e tempi comici.
Il problema è che non riesce davvero a essere né l’una né l’altra. Questa indecisione emerge in modo particolarmente evidente in alcuni personaggi secondari, su tutti il preside Mann interpretato da John C. McGinley. La sua presenza risulta straniante, quasi fuori tono rispetto al resto del racconto, come se appartenesse a un’altra serie, più caricaturale e sopra le righe. Un elemento che finisce per accentuare quella sensazione di disomogeneità che attraversa l’intero show.
Alla fine, ciò che resta davvero di Rooster — oltre alla meravigliosa nuova canzone di Michael Stipe che fa da tema principale — è proprio Greg Russo. Un personaggio che, grazie alla sensibilità e al talento di Carell, riesce a emergere anche in un contesto incerto, trasformandosi nel cuore pulsante della serie. Tutto il resto rimane sullo sfondo, incompiuto. E forse è proprio questo il limite più grande dello show: avere tra le mani un protagonista così vivo e riuscito, senza costruirgli intorno un mondo altrettanto all’altezza.
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