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7.4

Dopo un esordio At Least For Now che l’ha portato direttamente al Mercury Prize come miglior disco britannico nel 2015 e un sophomore di grandissimo impatto due anni dopo (I Tell A Fly, che abbiamo recensito molto positivamente), Benjamin Clementine torna finalmente con il terzo disco. Sono canzoni scritte durante il lockdown del 2020 a Santa Monica (California) che solamente negli ultimi mesi del 2021 e i primi di quest’anno hanno trovato lo spazio per la lavorazione definitiva. Perché nel frattempo il cantautore anglo-ghanese ha esordito al cinema nella prima parte di Dune e ha già annunciato che questo sarà il penultimo album: nel 2023 uscirà una seconda parte contenente altre canzoni legate al nucleo di And I Have Been e poi stop, almeno per il momento.

Rispetto all’esordio e al disco successivo c’è una piccola evoluzione dello stile: il pianoforte passa leggermente in secondo piano e si aggiungono elementi elettronici e un attento lavoro di completamento con gli archi. Le canzoni rimangono sempre incentrate sulla straordinaria capacità vocale di Clementine, con uno stile canoro ed espositivo molto personale e perfettamente riconoscibile in qualsiasi momento del disco. Perde forse una sfumatura di originalità in favore di una maggiore accessibilità quasi pop. Una scelta che visto il successo già raggiunto potrebbe proprio avere senso, in relazione alla prospettiva di lasciare queste canzoni come propria eredità prima di dedicarsi completamente al cinema.

Sul masticare linguaggi più pop, seppur sui generis e in modo del tutto originale, c’era già stata l’avvisaglia del brano con i Gorillaz, Hallelujah Money. Insomma, quando Albarn e soci chiamano significa che c’è una certa affinità sul modo di intendere la musica. E Clementine, rispetto agli interessi di commistioni e melting pot del frontman dei Blur, risuona alla grande: con un piede in UK per la sua storia personale, ma figlio dell’ex colonia del Ghana e della sua musica, busker a Parigi per scelta personale, innamorato del pianismo di Erik Satie (quasi lo stereotipo del non allineato) e con Jacques Brel che gli è entrato sottopelle forse senza che nemmeno che se ne sia accorto.

La prima parte del disco è una ricerca di pop elegantissimo, molto basato sull’uso e la manipolazione della parola, sorretto dalle orchestrazioni (Delighted), dalla musica di Notting Hill già amata da Albarn via The Good The Bad The Queen (Difference), il trad-folk che trascolora in un incrocio tra Brel e Nick Cave, un procedimento galvanico tra blackness e Anohni (Gispys, BC) e uno dei capolavori del disco, Atonement, che si costruisce tra crescendo di archi, elettronica liquida e percussioni in viaggio sopra l’Atlantico. A cesura tra le parti l’unico pezzo strumentale, la lunga Last Movement of Hope: intimista e dolente come un tramonto sporco.

Copening è più in linea con la passata produzione di Clementine: due minuti o poco più di voce e piano, cui si aggiunge uno scheletrico violino a evitare il taglio delle vene. Weakend prosegue sulla stessa linea, iniziando con un ostinato di pianoforte, su cui si costruisce pian piano un’architettura dolente da canzone francese al ralenti, Marsiglia o Parigi, comunque sotto la pioggia. Auxiliary è il brano più solare del disco e anche quello che con il suo andamento scanzonato sembra quasi essere l’orchestra del Titanic che continua a suonare dopo l’urto con l’iceberg. Lovelustreman è il brano più pop, già pronto per Jools Holland o per lo show di Stephen Colbert e far circolare la voce di Clementine anche in orecchie meno avvezze alle sue proposte. Chiude il disco Recommence, che riporta un po’ tutto a casa: un giro di note staccate al pianoforte, la voce che si insinua come una carezza di ferro, un amore dolente e doloroso, un attenzione ai giochi di parole che spostano talvolta in modo sorprendente il significato.

Il terzo disco di Clementine conferma che siamo al cospetto di una voce importante, di uno scrittore originale e di un artista che ha idee molto chiare su cosa vuole dire e, soprattutto, su come lo vuole dire. Finora il suo disco più accessibile, forse il penultimo, che conferma tutto quanto detto e scritto finora.

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