Recensioni

5.5

Guardando al nome, Band Of Horses, e alla collocazione geografica della formazione di Ben Bridwell che fissa le coordinate su Seattle, viene da accostarsi al vecchio adagio della stalla aperta e i buoi (scusate, i cavalli) ormai belli che scappati, ma in effetti un po’ è andata così: in un certo punto della storia, dalla stalla del grunge c’è stato come un fuggi fuggi generale di quadrupedi (leggi generi e stili) che poi hanno inseminato qua e là loro simili e dissimili dando vita a incroci in certi casi improponibili sul piano genetico. Bridwell e soci sembrano uno di quegli ibridi che un Tod Browning avrebbe infilato tra i suoi Freaks, tipo teste d’umani su corpi di papera e via dicendo, o magari usciti dal laboratorio di un Mengele, perché l’operazione ha sempre avuto – almeno per chi scrive – quel senso di adulterato, come gran parte dell’ondata neo-folk da stadio ammantato di pop d’accatto che da un quindicennio buono trionfa sotto le insegne dei vari Lumineers, Decemberists, Fleet Foxes e Mumfod & Sons.

Al confronto con questo lavoro perfino i Nickelback rischiano di suonare sinceri, e a un orecchio minimamente avveduto l’ascolto dell’arpeggio flanellato su base stucchevolmente serial-televisiva dell’opening Warning Signs più che riaccendere boschivi ardori 90s rischia di provocare una crisi di rigetto che neanche il motosegare shoegaze del ritornello potrà ricacciare indietro. La fanno facile, i BOH: la musica come saggio di art attack dove basta arrotolare pallette di pongo e appiccicarle l’una all’altra. Qui il pongo è l’immaginario indie-rock principalmente a stelle e strisce e le pallette sono i luoghi comuni sonori che il quintetto decontestualizza con l’innocente crudeltà mista a curiosità di bambini che staccano le code alle lucertole. Esattamente ciò che fanno loro quando, per dire, attingono spudoratamente – e indebitamente – ai Cure di In Between Days e usano il maltolto per tirare la volata al crowd pleasing in stile Snow Patrol del singolo di lancio Crutch. Cure che peraltro in questo Thing Are Great riecheggiano anche in Lights, dove sono presenti, mescolati con dovizia, anche intarsi di skate-punk californiano rimasticati da un tiro bubble-gum pop e inaciditi da chitarre altezza Dinosaur jr..

Del resto tra i collaboratori storici dei Nostri, e presente anche in questa loro sesta prova in studio, c’è Jason Lytle dei Grandaddy, oltre a Dave Fridmann (Mercury Rev, Flaming Lips, MGMT, ecc.); e lo stesso J Mascis si concesse a gentile richiesta per un brano del precedente album, Why Are You OK. Ciò non toglie che anche questa nuova fatica di Bridwell & Co., della quale al limite salviamo la copertina renémagrittiana (non troppo dissimile da quella di Infinite Arms), sembra un surrogato a buon mercato del rock che una volta soleva definirsi “altro” e tutt’al più potrebbe andar bene come colonna sonora di una puntata di Cobra Kai (dove peraltro la soundtrack è roba sopraffina).

Perché diciamoci la verità: il piglio è adolescenziale, e a noi che non lo siamo più una confidenziale ballatona da cameretta come Tragedy Of Commons suona molesta, al pari dell’altezzoso rispolvero di certo cantautorato neilyoungiano presente in una Hard Times. E stesso discorso vale per In Need Of Repair, (f)estiva, solare e radiofonicamente folk, perché se “paraculo” non avesse l’accezione positiva che ha oggi verrebbe voglia di spaccarla, la radio, trovando così anche l’oggetto più calzante per il titolo del brano. Le Cose Sono Grandiose, tradotto invece dal titolo del disco, ma solo come falsa professione di ottimismo in tempi in cui, evidentemente, per illudersi di stare bene basta far finta di niente.

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