Polvere e metamorfosi. Intervista ai Bachi Da Pietra
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Massimo Onza
- 28 Giugno 2021
Poco importa che si tratti di quella del pavimento terroso della cripta della Chiesa di Sant’Ippolito di Nizza Monferrato o di quella che vaga sospesa tra gli scricchiolii di una Casa di legno, o ancora dei frammenti che lentamente si posano sullo scorrere di un nastro analogico. I Bachi Da Pietra di Giovanni Succi e Bruno Dorella sono nati dalla polvere e hanno sin da subito colpito con un particolare concetto di avant blues, tra cupe sospensioni e concretismi slabbrati. Quello che si aggrappava a un particolare mix di rarefazioni dei Madrigali Magri del primo e il minimalismo percussivo degli Ovo del secondo. Negli anni hanno continuato a scavare come un tarlo tra pietre e quarzi, per poi sbocciare nel buio innervando il suono di timbriche soul, rock e di forti dosi di metallo della morte, quello che egregiamente sostiene brani come Sangue e Black Metal Il Mio Folk rispettivamente dagli album Quintale e Necroide.
Ora, a sei anni di pausa dall’ultima fatica in studio, il duo – trasformatosi in trio con l’ingresso del musicista e produttore Marcello Batelli di Non Voglio Che Clara – riprende in mano le redini del progetto con l’album Reset. Un titolo più che programmatico che mette a punto un nuovo concetto di “rock da bachi”, scivolando con maggiore rotondità tra l’obliquo tiro dance di Bestemmio L’universo e le pesantezze metalliche di Insect Resect; tra l’intenso tratteggio dal nebbioso sapore hip hop di Fumo e la pietrosità di Di che razza siamo noi; tra le sospensioni soul di Umani o Quasi e la sardonica ode all’immortalità del rock di Il rock è morto.
Una ripartenza che in qualche modo riflette su tutto il loro percorso discografico, ne fa il punto, lo rimpasta e cerca nuove vie di fuga; un resettaggio che acquista un sapore ancora più marcato dopo la fine del lockdown, dei durissimi mesi di pandemia e il necessario distanziamento sociale che ne è conseguito. Un sentimento pregnante, perfettamente plasmato nella traccia che rappresenta forse – almeno fino ad ora – il brano rock definitivo della band, la corrosiva Comincia Adesso, descrizione con linguaggio superbo di quella zona liminare in cui fine e inizio di un’esperienza coincidono, capace di esaltarne sia il traumatico senso di perdita quanto l’ispirazione derivante da una nuova storia da reinventarsi.
Abbiamo discusso di tutto questo con Succi per comprendere meglio i concetti che sorreggono l’album, ma anche dello stato attuale degli insetti scavatori e nondimeno delle possibili metamorfosi che ne segnano il presente o che potrebbero indicarne il futuro.

Reset sin dal titolo raccorda cinque anni di pausa discografica, si tratta di un album che rielabora e fa il punto su tutto il vostro percorso. Quali sono state le necessità che vi hanno guidato nella stesura?
Ci siamo messi in stand-by, ci siamo distratti un attimo e son passati sei anni, di cui uno e mezzo di pandemia globale. Capita. Da quale punto ripartire se non dalle radici, con un armamentario che comprende tutto quel che è successo nel mezzo. A questo punto della nostra storia abbiamo sdoganato qualsiasi dinamica musicale, intercettandole tutte e facendole nostre. Chi avrebbe voluto sette album come Tornare Nella Terra sarà deluso, ma potrà sempre ascoltarselo sette volte di fila.
In questo senso suonano emblematici alcuni brani come Di che razza siamo noi, che si interroga sulle vostre radici, mentre Insect Resect riprende la vostra tigna più potente proiettandosi verso un nuovo corso…
Di Che Razza Siamo Noi non è che si interroga, lo chiede proprio. Non è una domanda retorica. Fateci sapere, voi che avete maturato convinzioni forti, fateci sapere esattamente a quale razza apparteniamo, così ne sappiamo una. Nel mondo bovino ad esempio, so che esiste la razza piemontese, e se fossi un bue avrei almeno una certezza nella vita. Sono dinamiche che si riscontrano anche tra coleotteri e dicotteri. Nasci dicottero e pensi di essere meglio del coleottero o viceversa. Succede anche a noi, nella realtà. Insect Reset si mette nei panni di chi, osservandola troppo da vicino, potrebbe trovare sconfortante la realtà dei fatti. La realtà regala sempre schiaffi. Sembriamo davvero esperimenti sfuggiti di mano. Ma il pezzo non parla strettamente di noi, anche a voi umani potrebbe succedere qualcosa del genere. Tipo il passaggio “dal fango al cosmo”, non è andata così? O “miliardi di micro-mine vaganti…”, non vi rispecchia? Non venite anche voi dal fango? Noi sì e infatti ripartiamo da lì.
Oltre a “resettarvi” sembra che sentiate il bisogno di evolvervi in qualcos’altro. Come dite nel disco, vi sentite una via di mezzo tra il pesce e l’insetto. Cosa volete diventare?
Umani, o quasi. Chiunque venga al mondo si impegna (consapevolmente o no) a diventare quello che è. Poi dovrebbe anche accettarlo, nel caso il risultato finale non corrisponda all’ideale di riferimento, ma questo è un altro discorso. In questo senso la specie umana è l’unica vera specie mutante. Può trasformarsi nell’arco di una sola vita. Vorremmo tanto essere umani. Puoi rovesciarti nel contrario di quel che sei. Puoi trasformare ogni singola cellula del tuo corpo, fin che sei vivo. Pesci e insetti ci impiegano milioni di anni.
Trovo che nel complesso si tratti del disco più rock della vostra carriera, e penso che in questo senso il brano definitivo dei Bachi sia Comincia Adesso, che intercetta la zona liminare tra il traumatico senso di perdita e l’ispirazione derivante da una nuova storia da reinventare. Cosa avete lasciato alle vostre spalle e cosa vedete invece di fronte a voi?
Personalmente mi auguro di conservare la forza di sprecare fiato fino all’ultimo respiro. Lasciamo tutto quel che abbiamo seminato per trovare altra terra. Il ciclo ricomincia.
Reset ingloba uno spettro di influenze più vario del solito, tra cui elementi più smaccatamente rap ravvisabili in Fumo e Il Rock è morto, che ricordano un po’ i Sangue Misto: da un lato un’istantanea disarmante dell’appiattimento culturale, dall’altro una constatazione dell’immortalità del rock. Due brani che comunque sembra che si tocchino tracciando anche l’attuale perimetro “politico” del vostro percorso. È così?
Perdonami se spiego in italiano un testo in italiano, ma chi legge fin qui non vorrà rimanere sul vago. Fumo parla di cattedrali industriali nel deserto, specialità italica, quelle che ci fanno tanto schifo ma che qualcuno ha pianto per averle e sono state manna per le generazioni che pensavano di non pagarne le conseguenze. Il Rock È Morto dice che se qualcuno lo ammazza, semmai, è proprio il pubblico del rock che vorrebbe imbalsamare un fenomeno vivo, quindi di per sé mutevole (mutante).
Elementi rap nei BDP ce ne sono sempre stati, inosservati per lo più da chi ragiona per etichette e stereotipi. O semplicemente chi tratta rap esige che indossi la felpa di una marca che non porto. Il rap è un mezzo perfetto per sviscerare un argomento, infatti nella mia scrittura coincide spesso con un contenuto di tipo narrativo o politico in senso ampio. Proprio il fatto di non avere una ricetta pronta, un perimetro politico definibile in nessun modo, e di non cavalcare a nostro profitto la retorica del secolo scorso, rende poco appariscente la cifra politica di molta produzione BDP. Titoli? Non io, Altri Guasti, Lui Verrà, Servo, Fosforo Bianco Democratico, Coleotteri, Io Lo Vuole, Sangue, Feccia Rozza, Black Metal Il Mio Folk, Meriterete, Fumo… Hanno testi in italiano riferiti all’Italia contemporanea, se non si capisce è colpa mia, me ne scuso.
Reset si chiude con Ciao Pubblico, un pezzo che rimarca con ironia le distanze dal mero consumo passivo. Qual è il vostro “pubblico” ideale?
Chiunque abbia apparato uditivo attivo in ascolto, nessuno escluso. Conquistiamo le persone una alla volta, dal 2005 ad oggi. Parliamo a singole persone, mai a categorie, alla “gente” o al generico popolo terrestre che tutti vorrebbero ammaliare. “Presi uno ad uno gente è nessuno”, lo dice anche l’insetto nel testo. Ma sia chiaro, non è che snobbiamo la massa, è la massa che snobba noi.
Il significato del titolo acquista un sapore ancora più intenso nel – quasi – post pandemia, visto che dopo la pausa forzata dai concerti state per ripartire anche dal vivo. Cosa dobbiamo aspettarci?
Aspettatevi i Bachi Da Pietra dal vivo all’ennesima potenza, incrementati del 33,333%, dotati di diciotto zampe e sei antenne in tutto, pronti alla conquista dell’universo.
