Recensioni

Milano, Fabrique. Ore 20:30. Dopo la breve, ma intensa apertura shoegaze degli Swim School, ecco che arrivano i bellissimi. Non quelli di Rete 4, ma quelli del “Camoscio di Londra” – London Suede – come sono chiamati Suede negli Stati Uniti, dove non hanno mai sfondato veramente, come da destino infausto toccato a molte band inglesi oltreoceano. Meglio noti semplicemente come Suede, qui nel vecchio continente, invece, il loro seguito l’hanno sempre giustamente avuto.

A certificarlo anche il sold out di ieri sera con gente arrivata da tutta Italia per la tappa milanese del loro Dancing With The Europeans Tour, a supporto (in teoria) dell’ultimo album Antidepressants, uscito lo scorso settembre. Come hanno dimostrato anche le ultime classifiche di fine anno, gli ex padri fondatori del britpop oggi sono nel bel mezzo del loro secondo fulgido atto. Una nuova vita artistica incredibilmente prolifica, con cinque album pubblicati dopo la reunion del 2010 (tanti quanti quelli incisi prima del loro scioglimento del 2003), e – cosa ancor più importante – con una qualità sempre crescente, andata ben oltre le aspettative iniziali.

Proprio per questo, il tour dei Suede, se confrontato con quello degli Oasis, si era configurato nei mesi scorsi come una sorta di anti-nostalgia tour, con un bilanciamento quasi perfetto tra brani vecchi e nuovi. Purtroppo, nelle ultime tre date spagnole Brett Anderson aveva iniziato ad accusare evidenti problemi alla voce, trovandosi costretto a modificare e accorciare la scaletta da 20 a 17 brani. Alla data milanese è toccata una sorte simile, ma più luminosa: la band è riuscita a donare lo stesso ai fan uno show grandioso – solo un brano in meno a conti fatti – trasformando un limite in una catarsi collettiva.

La band è rimasta sempre la stessa che si era consolidata tra il ’94 e il ’95, dopo l’abbandono di Bernard Butler, sostituito alla chitarra dall’allora diciassettenne Richard Oakes. Nonostante l’età sono ancora tutti quanti bellissimi e carichi di charme: Mat Osman al basso, Simon Gilbert alla batteria, Neil Codling alla seconda chitarra e alle tastiere e naturalmente l’indomabile Brett Anderson alla voce.

La seduzione e lo stile sono sempre stati importantissimi per i Suede. Nei loro testi si parla spesso dei vestiti, non per i capi d’abbigliamento in sé, ma per quello che significano. “Forse sono i vestiti che indossiamo / I braccialetti di cattivo gusto e la tintura nei nostri capelli” cantano nell’incipit di Trash, che rimane la loro canzone simbolo di tutti i tempi, mentre in uno dei brani più recenti – Personality Disorder – dicono “I nostri vestiti sono come un inno al dolore”.

Non c’è distinzione. Sono un’unica famiglia collettiva di (ex?) emarginati e outsiders che si riconoscono a vicenda. Anderson scende più volte a cantare in mezzo al pubblico. La quarta parete viene completamente abbattuta dalla musica. Non c’è alcuna barriera. È uno scambio di energie reciproco che stabilisce una forte connessione tra pubblico e artista.

Si comincia subito a bomba con il melodramma selvaggio di She. È un vecchio trucco sonoro dei Suede: brani che iniziano in modo cupo per poi trasformarsi in momenti più gioiosi. Ne sono un esempio sia Film Star sia i brani più recenti come Shadow Self e Personality Disorder (entrambi da Autofiction). Sul palco vediamo Anderson prendere vita in carne ed ossa: indemoniato, corre, salta, si inginocchia. La voce fa fatica, ma il fisico tiene. Le canzoni dei Suede dal vivo uniscono la miseria delle nostre esistenze e la loro intensità.

Il pubblico risponde cantando a squarciagola, come se avessero racchiuso uno stadio dentro un club. Le parole sono importanti – maybe, maybe it’s the things we say – ed esiste tutto un vocabolario-Suede fatto di doppi sensi, sesso, droghe e adolescenza, intervallato da cori collettivi. I momenti più toccanti arrivano con The 2 Of Us e The Wild Ones in acustico, mentre la sequenza finale infila Everything Will Flow, So Young, Metal Mickey e Beautiful Ones, prima dell’encore di Saturday Night.

I Suede sono sempre stati una band di connessioni interrotte ma predestinate. L’unica connessione mai interrotta è quella coi fan. Il concerto è una dedica a loro: un inno per gli oppressi, per chi cerca romanticismo negli angoli più banali.

Ed è con questa sensazione che ci allontaniamo dal Fabrique. “Come i rifiuti nel vento, come gli amanti per strada”. Magari non più così giovani, ma ancora bellissimi.

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