Recensioni

7

La storia di affermazione della giovane artista londinese è una delle più belle, tra quelle recenti, del pop di qualità a livello internazionale. Appena diciassettenne viene spinta a mettere in musica e parole il suo mondo e il risultato è Collapsed in Sunbeams con corollario di successo mondiale e il trionfo al Mercury Prize del 2021. Bella la vittoria di una sensibilità e una fragilità in armonia con lo zeitgeist tra intimismo che sembra talvolta recuperare i testi agrodolci del bubblegum pop, talvolta ti squarcia con una profonda semplicità (o una semplice profondità?), unito a un’offerta musicale in magico equilibrio tra cantautorato jazz, sonorità contemporanee infuse si soulfoulness e una innegabile predisposizione agli hook che funzionano.

Che non sarebbe stato facile ripetere quel momento magico un po’ ce lo aspettavamo. Anche perché è chiaro fin dall’opener spoken workd Bruiseless che My Soft Machine non aspira a essere niente di più di un Collapsed in Sunbeams parte due. Le atmosfere sono esattamente quelle tra l’intimità quotidiana e l’incomber di un mondo fra l’ostile e l’incomprensibile, meglio quindi rifugiarsi nei sentimenti e nelle relazioni che contano davvero.

Per certi versi è proprio l’artista generazionale, gender-fluid, impegnata quel che basta sui temi dell’appartenenza etnica e delle storture delle nostre società attuali che è perfettamente ritagliata per rispondere al bisogno di conforto musicale di una nuova generazione che sta diventando adulta in un contesto che vede tradite molte delle loro speranze per il futuro, dalle problematiche ambientali e la crisi climatica che si affacciano nelle vite personali, fino alle più classica difficoltà di sentire fino in fondo gli altri, in una realtà che ha cercato di escludere l’empatia e la compassione dal proprio orizzonte emozionale.

Sul fronte musicale c’è continuità con il passato recente. Per una Blades che sembra calcare gli stessi passi strutturali di Hope, c’è una I’m Sorry che ripropone la confessione che si fa al limitare della notte adagiata su di un ritmo medio sincopato. C’è il duetto con Phoebe Bridgers, Pegasus, che prova a sparigliare un po’ le carte, altrimenti molto adagiate sugli stilemi della ballad esistenziale, giocando sulle due vocalità molto diverse, ma complementari delle due cantanti.

L’unica vera novità musicale è una presenza più corposa delle chitarre, che in alcuni casi potrebbero addirittura essere definite rock. Succede in modo molto esplicito in Devotion, un atto di amore dichiarato alle atmosfere del grunge, ma anche – in modo meno scoperto – in Dog Puppy dove è proprio il ritornello ad appoggiarsi su di una gentile bordata di chitarra come fossimo in un album indie degli anni Novanta.

My Soft Machine è un disco che funziona, che farà quello che deve fare: confermare Arlo Parks come compositrice e interprete. Vista la parziale ventata di freschezza che nel mondo pop vicino al mainstream aveva portato il precedente esordio era forse lecito aspettarsi qualcosa di più che non una semplice prova portata a casa almeno in buona parte con il pilota automatico. Detto questo, sono dodici nuovi brani di un’artista di talento e con qualcosa da dire che non possono che giovare all’orecchio.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette