Album
My Soft Machine
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Flaminia Zacchilli
- 2 Febbraio 2023
My Soft Machine è l’album che segue a due anni di distanza il debut Collapsed In Sunbeams, un lasso di tempo piuttosto breve eppure decisivo nella vita di Anaïs Oluwatoyin Estelle Marinho, in arte Arlo Parks. Complice la fine della pandemia che ne aveva tarpato i piani all’inizio della carriera, di cose ne sono successe parecchie, al punto che la sua vita ne è stata stravolta.
Era il 2018 quando 17enne incontrava il produttore Luca Buccellatti, e il brano Cola la metteva in rampa di lancio per un tour USA bloccato dal covid. Tre anni più tardi arrivava l’esordio e il mondo della musica l’accoglieva a braccia aperte. In un ambiente r’n’b internazionale iper saturo eppure costellato da interessanti proposte femminili, la sua spicca da subito. Onesto e immediato, Collapsed in Sunbeams si è rivelato un grower album che lentamente ma inarrestabilmente l’ha trasformata da promessa a trionfatrice al Mercury Prize del 2021.
Più poetessa solitaria che popstar, più Beabadoobee che Doja Cat, Arlo Parks canta in prima persona la “generazione super triste” dal punto di vista di una queer introversa con davanti un futuro incerto in cui tutto può accadere, e raramente si ottiene ciò che si sta cercando davvero. Ma questo era il 2021. Oggi è una persona diversa, più positiva e sicura dei propri mezzi. Un’artista famosa che, nel frattempo, ha trovato l’amore, ovvero la collega Ashnikko, al debutto proprio nell’anno di lei con l’apprezzato Demidevil.
Il mondo/il nostro punto di vista su di esso è punteggiato dalle cose più grandi che sperimentiamo – i nostri traumi, la nostra crescita, vulnerabilità quasi come neve visibile. Questo album è la vita attraverso i miei occhi e il mio corpo – l’ansia dei vent’anni, l’abuso di sostanze da parte degli amici attorno a me, la sensazione viscerale di innamorarmi per la prima volta, PTSD, un lutto, l’autosabotaggio, la gioia, muovermi attraverso i mondi con meraviglia e sensibilità. C’è una citazione da un film di Johanna Hogg, The Souvenir, è un film semi-autobiografico della A24 con Tilda Swinton, racconta di una giovane studentessa di cinema che si innamora di un uomo più anziano e carismatico e viene attratta nella sua dipendenza. In una delle prime scene lui le spiega perché la gente guarda i film – “non vogliamo vedere la vita come si manifesta, vogliamo vedere la vita come viene sperimentata in questa soffice macchina”. Quindi eccoci qua… My Soft Machine
Arlo Parks
A riprova del nuovo corso, e in continuità con il debut, è Weightless scelto come lead single, storia di relazione non ricambiata in cui a livello di produzione e sound ritroviamo gli elementi che ci hanno fatto apprezzare la sua proposta fin dall’inizio eppure in chiave maggiormente rotonda e pop. A produrlo è il vincitore del Grammy Paul Epworth (Adele, Florence + The Machine, Paul McCartney) e il suo tocco lo si nota nell’incastro tra l’asciutta sezione ritmica e la leggerezza dei ricami, tutti sintetici. Il ritornello poi è senz’altro più in linea con le chart rispetto alle sue precedenti produzioni. Messe da parte dunque, almeno per il momento, le atmosfere r’n’b proprie di quella Londra meticcia e rilassata che 20 anni fa ha accolto Amy Winehouse. Segue Impurities, con le delicate basi orientaliste di Romil Hemnani, un brano sulle amicizie che contano, quelle che ti fanno dimenticare i problemi e le insicurezze.
My Soft Machine non potrebbe essere un titolo più adatto per racchiudere i sentimenti espressi in questi brani così come la nuova direzione intrapresa da Arlo Parks, che peraltro con Epworth aveva già lavorato per Portra 400 e Too Good, entrambe contenute nel debut. Del resto la strada era già indicata da Softly, brano recentemente condiviso eppure non incluso in scaletta, canzone che la trovava allineata all’ultima produzione di Beabadoobee ma anche con l’intimismo di Taylor Swift (vedi anche a livello testuale, con la strofa che tira in ballo la sciarpa color cobalto).
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