Recensioni
Arab Strap
I'm totally fine with it don't give a f*** anymore
-
Stefano Solventi
- 17 Maggio 2024

Cosa pensare di un disco che si apre e si chiude con il pigolio elettronico di un modem, un suono fossile che un tempo delimitava il passaggio di stato tra dimensione offline e online? Oggi quel suono è scomparso, volatilizzato, come sempre fa la tecnologia quando raggiunge uno stato evolutivo avanzato e quindi penetra nelle cose, nei gesti, diventando così impercettibile. La distinzione tra offline e online sbiadisce giorno dopo giorno in una linea di confine sempre più ampia, includendo più o meno tutti quanti – consapevoli o meno – nella modalità onlife. Perciò quel segno sonoro posto in apertura e chiusura, e che affiora saltuariamente lungo la scaletta, ha tutta l’aria di un promemoria, sembra voler riattivare meccanismi mentali sepolti, angolazioni percettive atrofizzate. In altre parole, stiamo parlando di un disco generazionale, rivolto cioè alla generazione – quella a cui appartengono Middleton e Moffat, entrambi classe 1973 – che conserva da qualche parte il ricordo della vita com’era prima di essere risucchiata dal web nelle sue configurazioni progressive. Ovviamente non è solo un disco per ascoltatori di mezza età, anzi proprio grazie alla forza di questa connessione coi “nativi analogici” riesce a costituirsi come un monito cupo e perturbante anche per quanti invece ci sono nati, nel presente stato di cose. Anche per chi non sa pensare, di fatto, un mondo senza il web.
Gli Arab Strap affondano le radici musicali in una temperie ambigua, ibridata di slowcore e post-rock, che nel passaggio tra vecchio e nuovo secolo consentì loro di dare vita a una calligrafia ben riconoscibile, a base di un talk-sing che stemperava malinconia e perversione in un brodo di angoscia sorda, quasi afasica, mentre elettricità ed elettronica metabolizzavano i timbri acustici (pianoforti, archi, fiati…) definendo spazi dall’emotività obliqua e insidiosa.
Oggi, archiviati i sedici anni di silenzio discografico (dal 2005 al 2021) e a tre anni dall’ottimo rientro sulle scene As Days Get Dark (che tutto sommato suonava come se non se ne fossero mai andati), tornano con questo I’m totally fine with it don’t give a fuck anymore a ribadire la sensatezza del loro esserci, di quella vena affilata e stordente che si colloca al cuore dell’espressione ed è come se ne portasse i segni (visibili e invisibili). Lo potremmo definire cantautorato rock, però senza il distacco di chi osserva e racconta curando i gradi di separazione, anzi lasciando intendere che queste melodie intossicate, gli scarti abrasivi e quel galleggiare pernicioso abbiano attraversato i tumulti emotivi che raffigurano, uscendone feriti, dissestati. E che di questo dissesto si nutrano, esorcizzandolo nel momento stesso in cui sembrano farsene travolgere: canzoni come traumi in divenire, loop di abbandoni, travisamenti e incomunicabilità, quel che resta impresso sull’anima dopo diverse declinazioni di contrasto e violenza. Turbamenti mitigati esercitando asprezza e persino una certa sardonica leggerezza, enumerando i fatti nel tentativo di espellerli, oppure lasciando che fermentino in un languore funereo, tutto ciò mentre cuore e neuroni galleggiano tra la gravità del reale e la geografia senza luogo del digitale.
Picchia duro l’iniziale Alltonceness, lasciando intendere a chi vuole intendere (“All this skilful stimuli/oppression and opprobrium/you’d think I’d riot, you’d think I’d cry/instead I sit here, fucking numb”) tra chitarre cementizie e un’assertività tignosa che rievoca – attualizzandole – certe invettive Fall, ma si tratta di un episodio abbastanza isolato in una scaletta che alterna mid-tempo dal passo androide (Hide Your Fires), riarticolazioni synth-wave (Summer Season) e ghignanti simulacri post-punk (una Bliss che sembra proprio riciclare il riff di Siberia). E ancora ballate a cuore accartocciato come Safe & Well o Molehills (“I play along to please/I fight away the freeze/I swallow back my yell”), così trepide da fare impallidire gli indolenzimenti estatici – e fin troppo estetizzati – di certi National. Per non tacere di quella Strawberry Moon che smazza una rumba robotica macinando allucinazioni agrodolci à la Eels (“I am a ghost with a bottomless cup/I’m not stocious, I’m just hurting/but all I have to do is look up”), questi ultimi palpabili anche nella conclusiva, toccante Turn Off the Light (“I forgot how to be me/I forgot how to feel, how to see”).
Middleton e Moffat hanno realizzato l’album in pressoché totale autarchia, suonando tutti gli strumenti, con il solo aiuto di Paul Savage (produttore nonché batterista dei Delgados). Ne è uscito un lavoro solido e al tempo stesso vibrante, riflessivo eppure caustico, dalle dinamiche interne sapientemente squilibrate, come se niente fosse mai davvero sotto controllo, a partire da quello che siamo soliti chiamare normalità. La seconda fase artistica degli Arab Strap si sta facendo molto, molto interessante.
Amazon
