Recensioni

7.1

Anche Anna Calvi ha pubblicato il suo Tommy, che è in questo caso il protagonista Tommy Shelby interpretato da Cillian Murphy della celebre serie televisiva Peaky Blinders, creata da Steven Knight (sceneggiatore per La promessa dell’assassino e più di recente per Spencer), la cui colonna sonora della conclusiva sesta stagione, come già avvenuto per la precedente pubblicata ad aprile 2022 da Domino in sostegno al progetto EarthPercent di Brian Eno, è stata composta ed eseguita interamente proprio dalla musicista inglese.

Nella scaletta dell’EP, ispirato appunto al personaggio di Shelby, anzi addirittura una «love letter» a lui indirizzata, troviamo quattro pezzi. Un piccolo disco dal valore particolare, anche in virtù del suo processo di lavorazione, portato avanti a Londra con il coinvolgimento di Nick Launay – già alla produzione del terzo e bellissimo album di studio Hunter del 2018, oltre che collaboratore per Nick Cave & The Bad Seeds, Grinderman, Yeah Yeah Yeahs e molti altri – nonostante le difficoltà nell’affrontare le norme pandemiche. La scrittura ha proceduto di pari passo con la gestazione del figlio Elio Calvi-Golis, nato nel novembre dello scorso anno. Tommy ha visto la luce definitiva poco dopo l’arrivo di Elio, e il coinvolgimento di Calvi nella sua realizzazione è stato notevole, ben oltre la dedizione della semplice commissione di servizio. Come lei stessa ha raccontato: «Ho vissuto per anni nel personaggio di Tommy Shelby, dopo essermi occupata della colonna sonora della quinta serie di Peaky Blinders e di quest’ultima. L’unico modo per comporre per questo show è entrare nella sua testa: l’ho sognato ogni notte per mesi, e quando prendo in mano la chitarra cerco di suonare i suoi pensieri interiori. La mia chitarra è la sua violenza e la mia voce è la sua speranza. Ho sempre pensato che avrebbe dovuto avere “una canzone” che lo rappresentasse – lui è l’antieroe per eccellenza: omicida, freddo, terrificante, eppure nutre un profondo amore per la sua famiglia e un’ingenua speranza da bambino che un giorno si ergerà al di sopra di tutto. Volevo credere che Ain’t No Grave fosse la canzone che gli girava per la testa mentre camminava al rallentatore attraverso la sua vita. Penso che Tommy sarà una parte di me per sempre!».

E Ain’t No Grave svolge benissimo il suo compito di tormentone blues per gli episodi finali di Peaky Blinders – anche se era apparso in realtà sin dalla quinta stagione assieme a You’re Not God – e si attesta come un classico super pezzo in puro stile Anna Calvi nonostante sia una rielaborazione sia musicale sia lirica dell’omonimo standard gospel, firmato da Claude Ely nel 1934 e reinterpretato persino da Johnny Cash: ritmica che sembra presa in prestito dai Suicide (ricordiamo allora la claustrofobica rilettura di Ghost Rider nell’EP Strange Weather del 2015), altalena di melodie cupe-ariose, la voce che sa farsi velluto confessionale-ambiguo e oro melodrammatico, la chitarra che parte aggressivamente a sfavillare con espressività epica, il testo che esprime il tormento di Shelby con iconografia tra sacro e profano («I see a band of angels, They’re coming after me… Meet me Jesus, meet me»). L’unico brano al cento per cento autografo, Burning Down, abbassa i toni facendosi sussurro filo-soul, ricordandoci per certi versi le tonalità di un’altra vecchia cover, la Papi Pacify di FKA twigs recuperata nella medesima compilation di Peaky Blinders (con I’m The Man di Jehnny Beth e altri brani di Black Sabbath, Joy Division, David Bowie, Radiohead, Jack White e IDLES, tra gli altri).

Che Calvi sia sempre stata un fenomeno con le riletture di pezzi altrui lo sappiamo bene e non smettiamo di ribadirlo: qui a confermarlo per l’ennesima volta ci sono l’immancabile Red Right Hand di Nick Cave & The Bad Seeds, la canzone portante del telefilm, con la quale non è mai facile confrontarsi (sempre per Peaky Blinders ci si è cimentata stravolgendola in chiave fantasmatica persino PJ Harvey, inutile dire divinamente), e All The Tired Horses di Bob Dylan, traccia di apertura di Self Portrait cantata in origine da un coro di voci femminili. Un uno-due affrontato con grande personalità che restituisce due facce irrinunciabili della stessa medaglia: una più irruente e barocca ma anche rumorista, l’altra più intimista e trascendente. Adesso aspettiamo però un ulteriore nuovo episodio, cioè il prossimo vero e proprio tassello della saga discografica di Calvi: mentre guardiamo e ascoltiamo Tommy, non vediamo l’ora.

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