Recensioni

Chi si prende ancora il tempo — e la briga — di recensire dischi di questi tempi (esercizio che molti considerano ormai inutile) lo sa bene: è quasi impossibile giudicare una nuova uscita in maniera davvero obiettiva, libera da pregiudizi e preconcetti, senza venire influenzati, in un modo o nell’altro, dall’hype che la precede. Che si tratti di quello pianificato a tavolino o di quello nato più spontaneamente, dal passaparola. Peggio ancora quando si tenta di restare sordi al rumore mediatico che accompagna le uscite più chiacchierate, per un motivo o per l’altro. Si prenda il caso del nuovo Morrissey, giusto per fare un esempio fra tanti.
Detto questo, nulla è davvero comparabile — almeno a memoria di chi scrive — a quanto ha preceduto la pubblicazione del secondo album dei canadesi Angine de Poitrine. Come è noto, il duo è stato lanciato su scala globale grazie alla diffusione virale della registrazione di una loro esibizione, realizzata nell’ambito dell’edizione 2025 del festival Trans Musicales di Rennes, in Francia – e trasmessa in streaming dalla meritevolissima emittente radiofonica statunitense KEXP.
Un particolare tutt’altro che trascurabile, perché è proprio nella dimensione live che i fratelli de Poitrine si distinguono e — a costo di far storcere il naso ai loro ormai numerosissimi detrattori — eccellono. Provenienti da Saguenay, Québec, i due musicisti arrivano da una lunga gavetta nella scena locale, consumata sotto diversi moniker e documentata da strampalati video amatoriali ancora reperibili (chissà per quanto) nei meandri della rete. Nulla, però, lasciava davvero presagire quanto sarebbe accaduto con la pubblicazione, nel giugno 2024, del loro esordio discografico, Vol. 1.
In quel caso, Khn (chitarra e basso doubleneck, loop station ed effetti) e Klek (batteria e voce) mettevano in centrifuga una buona quantità di influenze riconoscibili — almeno secondo alcuni — ma completamente compresse in un labirinto ritmico, armonico e melodico costruito attraverso l’uso (e l’abuso) di loop per i quali è responsabile il chitarrista, armato di doubleneck customizzata in mondalità microtonale.
Una scelta che è con tutta probabilità diretta conseguenza della loro peculiare modalità di costruzione degli arrangiamenti: strutture assemblate come mattoncini Lego sonori, fatte di riff e pattern ritmici. Una formula non inedita in senso assoluto, ma decisamente singolare se riferita a un duo — e ancor più se si considera che, fino al loro arrivo, il musicista più popolare associato all’uso della loop station era Ed Sheeran. Un dettaglio che, in effetti, dovrebbe far riflettere.
Nella sostanza, il loro album d’esordio si potrebbe descrivere come ciò che si ascolterebbe – e si ballerebbe – se i Rush (connazionali dei due fratelli, tra l’altro) venissero invitati a suonare a un matrimonio in Anatolia. Musicalmente complesso, almeno per le orecchie dell’ascoltatore occidentale medio, per via dell’uso di microtonalità – altra grande particolarità del loro sound – e di ritmiche asimmetriche, elementi già incontrati nella storia recente del rock nelle declinazioni prog, kraut o propriamente math; ma, allo stesso tempo, diretto, compatto, fisicamente coinvolgente, euforizzante e, a tratti, persino ipnotico.
Questo secondo volume ne segue in tutto e per tutto la falsariga: durata breve ma intensa, per un totale di sei brani, tutti intorno ai sei minuti; una produzione fedele al sound proposto dal vivo — muscolare, secca, minimale, senza fronzoli.
Tra le tracce spiccano le irresistibili Fabienk, Mata Zyklek (dedicata alle motociclette con cui i due sono soliti sfrecciare tra i boschi innevati del Québec) e Sarniezz, già ben note ai fan — sempre più numerosi — grazie al già citato concerto per KEXP. A queste si aggiungono la festosa, balcanica Utzp (nonostante tutto forse il brano più debole della raccolta) e il metal levantino delle frenetiche Yort Zarad e Angor.
Al di là dei singoli episodi, è evidente come il duo utilizzi il formato album soprattutto come vetrina per un’attività live che si preannuncia molto intensa e che li porterà anche in Italia. Senza contare che la loro proposta — e la loro bizzarra, originalissima immagine — si presta perfettamente a diventare un’attrazione di primo piano nei festival musicali degli anni a venire. Marketing? Gimmick? Forse. Ma fatti come si deve.
In fin dei conti, è proprio questo il segreto del fascino che gli Angine de Poitrine sembrano esercitare su un pubblico trasversale, non sempre necessariamente affine alle declinazioni più sperimentali, cervellotiche o estreme del rock. Al di là del formato album, i due rimettono al centro l’eccitazione della dimensione live: l’energia e l’urgenza della musica suonata davvero, senza rete. E, perché no, restituiscono dignità anche a un certo (talvolta bistrattato) virtuosismo, mai fine a sé stesso ma piegato al divertimento, al groove, al ballo. In una parola: all’immediatezza.
E tutto questo nonostante il substrato della loro musica sia composto dello stesso materiale che ha alimentato alcuni dei dischi più mentali, sperimentali e virtuosistici degli ultimi cinque decenni. In fondo, si tratta ancora una volta di rock’n’roll – maschere e fronzoli compresi – anche se sembra provenire da uno dei suoi pianeti più bizzarri o scaturire dall’immaginazione di un bambino.
Il loro campionato non è, e probabilmente non sarà, quello di Nirvana, White Stripes o Strokes (per citare alcuni dei casi discografici più eclatanti e trasversali degli ultimi decenni). Ma chissà: niente è ancora scritto. In anni in cui il rock sembrava ormai sconfitto dai supercattivi dell’AI, o relegato alla bolla effimera dei freddi virtuosi da Instagram, la vera rivoluzione è che, con questo duo, la fantasia sembra davvero essere tornata al potere. Gli Angine de Poitrine sono, semplicemente, ciò di cui musicalmente si avvertiva più urgente bisogno nel 2026.
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