Recensioni

7.4

Tra il primo e l’ultimo brano di questo Cigni, nuovo album di Angelo Sicurella, c’è tutta l’ambizione di creare un “cantautorato elettronico” grandioso, fuori dagli schemi e al tempo stesso perfettamente credibile. C’è l’estetica dreamy di band come Beach House foraggiata dai sintetizzatori (Città deserte), ma anche la densità musicale di sistemi ordinati verso l’infinito come quelli architettati da Mercury Rev o Flaming Lips; c’è una profondità scenografica in stile Pink Floyd che permea un po’ tutto l’album ma anche la scrittura anni settanta di un Andrea Laszlo De Simone (Proprio tutto) o la psichedelia di un Amerigo Verardi (Orbita). 

La verità è che un’apertura come Fossili ti lascia di sasso, e con la sua ambient tendente al groove impone il ritmo a un disco che abbraccerà da lì in poi varie coordinate stilistiche, pur mantenendo le promesse fatte da quel brano. Promesse che hanno a che fare con una progettualità precisa dal punto di vista formale, ma anche con il concedersi variazioni sul tema: irresistibili garage-rock con licenza di trip come Emi (una versione più pop dei mai dimenticati Jennifer Gentle, se ci passate il paragone azzardato), una Proprio Tutto che è una via di mezzo tra i Tame Impala e certe cadenze anni settanta tutte italiane, una Universo in cui si recuperano suoni “stoppati” di chitarra elettrica per citare forse un’Astronomy Domine di pinkfloydiana memoria, per poi trasformare il tutto in una sorta di electro-disco à la Goldfrapp prima maniera. 

Non c’è un solo momento di smarrimento in Cigni, non una caduta di stile o un’indecisione apparente nei passaggi strumentali o nei testi: Sicurella mette su uno spettacolo pirotecnico esemplare e che non perde mai il senso estetico generale (persino in una Aria in bilico tra James Blake e il soul minimale di Joan As Police Woman), proponendo nuovi – e avvincenti – confini di senso a un cantautorato nostrano che ultimamente non se la passa troppo bene. 

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