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Ātamōn, dall’antico alto tedesco “respirare”, è un titolo che racchiude già tutto: l’idea del suono come organismo vivo, della vibrazione come atto esistenziale. Da qui parte il nuovo lavoro di Amina Hocine, compositrice e sound artist svedese che ha fatto dell’autocostruzione di strumenti una vera e propria poetica. Il suo foghorn organ — uno strumento a tastiera costruito con materiali da ferramenta (tubi in PVC, valvole idrauliche, compressori d’aria)— è un oggetto liminale: acustico ma alieno, ancestrale e al tempo stesso architettonico, orientato su timbriche uniche.
In ātamōn, pubblicato da Subtext, Hocine ne propone una versione decomposta e diffusa nello spazio. Otto tubi, ognuno pensato junghianamente come “archetipo psicologico” (The Safe Place, Hyperarousal, Original Face), formano un sistema acustico immersivo e simbolico. Le frequenze si espandono all’interno di Ställbergs gruva, un’ex miniera di ferro svedese: nello specifico, la sala Spelhuset, spazio di risonanza naturale. In ātamōn I, lo strumento agisce e la miniera amplifica. In ātamōn II, invece, è la miniera a rispondere: la microfonazione mobile attiva le risonanze ambientali, facendo della cava una co-protagonista sonora. Qui, la microfonazione non documenta: compone. Non c’è narrazione, ma una vibrante costellazione di tubi/attori che conferisce all’opera un’implicita valenza teatrale e drammaturgica.
Le due composizioni, la prima cosmica e altera, la seconda più avvolgente e lineare, si muovono nel solco della drone music e dell’elettroacustica contemporanea, evocando — pur con uno spirito più introspettivo e simbolico — artiste come Kali Malone, Lucy Railton, Ellen Arkbro, Sarah Davachi, Caterina Barbieri e, in profondità concettuale, Pauline Oliveros, con la sua idea di deep listening come pratica spirituale e trasformativa. Ma ciò che distingue Hocine è l’idea del suono come spazio di ascolto interiore, come dispositivo terapeutico e simbolico. Più che raccontare, ātamōn apre.
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