Recensioni

7.2

The dream, il sogno, gli Alt-J l’hanno già realizzato. Una band della provincia inglese con un sound sofisticato e gusti che rendono felici gli indie-rocker di tutto il mondo, mai poteva sognarsi di raggiungere il successo di critica e pubblico che ha ottenuto. Eppure, il Mercury Prize vinto per An Awesome Wave nel 2012, il Grammy di poco sfumato nel 2014 con This Is All Yours e i sold out nelle arene più grandi del mondo (O2 di Londra e Madison Square Garden di New York) sembrano raccontare di una magia che in pochi si sarebbero aspettati. Come se non bastasse, la band è adorata dal pubblico americano, che se la gode in colonne sonore di film (Civil War), serie TV (Sons of Anarchy) e persino videogiochi (FIFA 18).

La formula è nota. Suggestioni elettroniche e rock che, all’occorrenza, si tingono di folk e art pop. The Dream, quarto album e ritorno dopo cinque anni dall’ultimo Relaxer, non scombussola più di tanto i numeri della combinazione vincente. Se non altro, è ammirabile lo sforzo di rimanere lontani dalle scene per tutto questo tempo per ritrovare ispirazione ed energie per il nuovo lavoro. In effetti, The Dream suona fresco, alla maniera degli Alt-J. Le stagioni della vita e della musica si mescolano in un collage senza cornice, in cui il loro sound percussivo, corale, quasi liturgico, viene fatto bruciare lentamente. Nel patchwork intimo e allo stesso tempo onirico del disco emerge una determinazione che spinge il sound degli Alt-J in territori ancora inesplorati, come, per esempio, l’Americana virata tronica della triade ChicagoPhiladelphiaWalk A Mile, i sample di vocali di WhatsApp e le liturgie ecclesiastiche.

Dal punto di vista narrativo, dopo le divagazioni liquide di Relaxer, The Dream riporta la band sul pianeta Terra, attraverso un flow di tematiche variegate. Si spazia dallo humor gioioso di Bane, dedicata alla Coca-Cola, alle storie di omicidi di Losing My Mind, dall’overdose fatale di John Belushi in The Actor alla pandemia da Covid-19 di Get Better. In effetti, la varietà di questi temi sembra sottolineare la vivacità e l’emozione che la band, composta da Gus Unger-Hamilton, Thom Sonny Green e Joe Newman, ha provato nel tornare finalmente in studio insieme. Uno studio gestito alla grande dal solito Charlie Andrew, che si conferma ideale interprete di questo sound felpato e minimale, unico e immediatamente riconoscibile.

Bane apre le danze dipanando un’architettura di chitarre al vetriolo, ritmiche riverberate e un coro western alla Morricone. Siamo già una spanna sopra al disco precedente. Sembra che i tre si siano scrollati di dosso tanto l’etichetta di “Coldplay indie”, quanto i paragoni con la scia lunga dell’indie pop contemporaneo (Django DjangoWild BeastsEverything Everything, Local Natives, ecc.). È un’intro ariosa, stratificata, soft. Le buone intenzioni sono confermate dal singolo U&ME, un brano euforico ed accattivante che nella strofa chiama in causa Beck, mentre nel ritornello si tinge delle sfumature psych dei Primal Scream. Se funzionano anche i brani uptempo, vuol dire che si è sulla strada giusta. La successiva Hard Drive Gold mira a imitare il loro più grande successo, Left Hand Free. Non siamo proprio sullo stesso livello, dato che il riff principale è meno orecchiabile del brano contenuto in This All Yours. Ma il surf pop funziona bene, è frizzante e non faticherà a piazzarsi fra i brani più ascoltati dell’album.

Il tono cambia e si fa più solenne a partire da Happier When You’re Gone, un lento che capovolge la storia della Hey Joe riletta da Hendrix, raccontandola dal punto di vista della vittima che lo affronta, lo uccide e lo seppellisce. Tra le righe si intuisce un riferimento a Goodbye Blue Sky dei Pink Floyd che la rende ancora più godibile. La cinematica The Actor mescola sintetizzatori che potrebbero venire fuori dalla colonna sonora di Drive e angelici coretti femminili, mentre Get Better colora l’atmosfera della sola chitarra acustica e della voce sempre più caratteristica di Newman. Menzione d’onore merita il già citato trittico “americano” ChicagoPhiladelphiaWalk A Mile, un percorso tra le grandi praterie che mescola i classici Neil Young, Johnny Cash, et similia, con suoni estremamente contemporanei. Chicago sboccia da una cassa dritta e un arazzo di synth quasi techno; Philadelphia effettua una fermata dalle parti delle corti settecentesche, con tanto di clavicembali e cantanti liriche; Walk A Mile unisce il folk all’indie-tronica in pieno stile Notwist.

Per concludere, The Dream è un album che ha tutti gli elementi per replicare il successo dei primi due. È vero, nei lavori degli Alt-J può mancare la componente emozionale e spesso possono risultare fin troppo tecnici. Laddove manca il cuore, però, sopperisce una finezza, uno stile e un lavoro di produzione veramente unici. The Dream mette bene in chiaro che gli Alt-J, con il loro stile unico, sono tornati per rimanere rilevanti.

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