“Il segreto è continuare a scoprire sempre nuova musica”. Intervista gli Alt-J
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Fernando Rennis
- 28 Gennaio 2022
Lo ricordo benissimo. Ero davanti al computer in un afoso pomeriggio estivo del 2012, stavo scrollando YouTube e a un certo punto rimango colpito dall’anteprima di un video che mi ricordava un film. Si trattava di Powaqqatsi: Life in Transformation di Godfrey Reggio, del 1988, ma il titolo univa una combinazione di tasti del Mac e il cognome di una famosa fotografa. Taro degli Alt-j mi colpì al primo ascolto e fu la porta che mi fece entrare nel mondo di An Awesome Wave, l’esordio della band che qualche mese dopo avrebbe vinto il Mercury Prize e l’anno successivo un Ivor Novello.
Dieci anni dopo eccoci in call con Gus Unger-Hamilton a parlare del quarto album del gruppo britannico, The Dream, in uscita a febbraio. Quando chiedo al tastierista degli Alt-j quali sono i suoi pensieri se torna indietro nel tempo, mi risponde che gli anni sono volati, e poi: «Adesso io ho figli, Joe ha figli e mi piace pensare che con noi sia cresciuto anche il nostro pubblico. Saremo sempre legati al nostro primo album, ancora oggi nei concerti lo suoniamo quasi tutto. Ma guardiamo sempre avanti, siamo sempre proiettati nel futuro». Per non rimanere schiavi di un esordio col botto e imparare a gestire il trattamento altalenante della stampa, c’è un solo segreto: scoprire sempre nuova musica. The Dream ne è la dimostrazione, con un lavoro di sintesi che mette da parte gli orpelli di This Is All Yours e suona meno essenziale di Relaxer.

Il trascorrere del tempo è stato anche sinonimo di cambiamenti. Oltre all’abbandono di Gwil Sainsbury, sono i testi di Newman a rappresentare una piccola rivoluzione. Ragionando su questo, Unger-Hamilton pensa che i tanti riferimenti e le molte citazioni di film, libri e personaggi agli inizi erano utilizzati per l’insicurezza che il cantante provava nel sentirsi un autore. Prendendo confidenza con le parole, le sovrastrutture sono diminuite e la dimensione personale ha preso il sopravvento. Infatti, in The Dream, il pronome I compare quasi una sessantina di volte e le allusioni a ricordi biografici e al proprio quotidiano sono ovunque, ovviamente intrecciate a ispirazioni cinematografiche e letterarie.
Anche sul piano del suono ci sono dei cambiamenti, perché The Dream è un disco in cui convivono strumenti medievali, Elvis, i Beatles, i film di James Bond, la scena musicale di Philadelphia degli anni Sessanta. Nonostante questo, il sound degli Alt-j è sempre riconoscibile, Unger-Hamilton individua nella voce di Newman l’elemento di continuità e la caratteristica più spiccata dell’individuazione: «La sua voce dà unità al nostro suono e ci permette di poter sperimentare con più libertà». E in questo rincorrersi di identità Gus cita anche un cliché che spesso si sente ripetere dai fan, ovvero di non sapere mai cosa aspettarsi da un nuovo disco della band, insomma: «Il suono degli Alt-j è non avere un suono», dice con un ghigno di soddisfazione.
Dieci anni e quattro album hanno cambiato anche il modo di creare musica. Col tempo le jam hanno preso il posto della pianificazione strutturale e cerebrale degli inizi, tant’è vero che The Dream è stato scritto in parte durante i vari soundcheck in giro per il mondo. Inoltre, mentre prima era Newman il motore creativo della band, adesso il lavoro è più corale. Quello che non può mancare per una scrittura fluida è la «sensazione di tornare al periodo dell’Università», quando gli Alt-j si rifugiavano in una stanza a suonare isolati da tutto e tutti. Una condizione che rende la loro musica così sganciata dal tempo.
A non cambiare, invece, è l’attenzione della band per il lato visuale della sua musica. Unger-Hamilton ribadisce questa premura facendomi notare che all’epoca della formazione degli Alt-j tre membri su quattro erano studenti di Belle Arti e tutti erano entusiasti nel pensare di poter elaborare artwork e scegliere le migliori idee per i video.

Joe Newman ha confessato che The Dream è un album che è cresciuto da solo, al trio non è rimasto che defilarsi e lasciarlo germinare. Unger-Hamilton conferma e aggiunge che, pur risultando spesso cerebrali, gli Alt-j non si sono mai seduti al tavolo per decidere in anticipo che direzione prendere: «Questo approccio ti costringe a fare un passo indietro per avere una visione d’insieme». E, per ribadire il concetto, mi racconta: «Ho fatto ascoltare il nuovo disco a una mia amica, era una prova di stampa quindi non c’era alcun riferimento al titolo o ai brani. Mentre lo ascoltava mi ha detto “è davvero sognante!” e io le ho risposto “s’intitola The Dream!”. Un po’ più tardi ha aggiunto “suona americano” e io le ho detto “metà dei brani hanno titoli di città statunitensi!”. Mi sono reso conto che il disco aveva un concept solo dopo questo fatto!».
Non a tutte le band capita di partire col botto, come accaduto agli Alt-j. Con il matematico Gus affrontiamo il discorso sulla pressione che tutto questo ha potuto significare negli anni. Lui, con la solita pacatezza e precisione, ammette che c’è sempre stata a ogni album, precisando, però che si tratta di una pressione interna: «Siamo nel business, la musica ci dà lavoro e ci permette di far lavorare con noi altre persone. Abbiamo un costo per il tour molto alto perché portiamo con noi parecchia strumentazione e molte luci. Se fossimo rimasti una band cult che viene suonata a notte fonda in radio e vende al massimo duemila copie pur essendo molto amata, non avremmo alcuna pressione ma probabilmente dovremmo arrotondare con altri lavori. Siamo davvero grati di poter fare questo mestiere e siamo felicissimi del nuovo album». Lucidissimo fino al midollo, Unger-Hamilton è convinto che la bellezza di un album non dipenda dal suo successo, perché cambia l’industria e cambiano i gusti del pubblico. Quindi la pressione è auto-indotta, non viene dall’esterno, anche perché «una volta che il disco è chiuso i suoi pregi e difetti sono impacchettati con il resto».
È un piacere ascoltare Gus, che parla come suona: abbottonato, quasi impassibile. A volte si lascia scappare qualche sorriso compiaciuto, ma torna subito nei suoi ranghi. Eppure, quando a fine intervista parliamo di un loro live a Ypsigrock nella stessa sera dei Django Django, gli si illuminano gli occhi, spalanca le braccia e, anticipata da una grande risata, parte una confessione: «È stato un festival eccezionale, ci siamo divertiti molto! Dopo aver suonato non trovavamo più Joe, aveva conosciuto delle ragazze. Il giorno dopo ha perso l’aereo di ritorno: ricorderemo sempre l’Ypsigrock!».
