Di Miley Cyrus, cervi, alieni e arancini siciliani. Intervista agli Alt-J.

Vincere il Mercury Prize al primo tentativo, vedersi sobbalzati dall’anonimato alla fama internazionale, convincere critica (se si eccettuano gli “american hipsterismi” di Pitchfork) e pubblico con un sound crossover fra atmosfere sognanti, vocalità armonizzate e accenni folktronici, non dev’essere facile. Gli Alt-J ne hanno pagato le conseguenze, con il recente abbandono di Gwil Sainsbury che, stando a quanto dice la band, non era più in grado di gestire lo stile di vita che si confà a una band popolare. Ridotti con le spalle al muro, le grandi band sanno reagire e il (neo)trio di stanza a Leeds ha trovato i propri mezzi espressivi, andandoli a scovare fra i ritornelli dei brani di Miley Cyrus, nella cinematografia pop sci-fi, ma, soprattutto, nel verde armonico della natura che riempie tutte le quattordici tracce del nuovissimo This Is All Yours.

Se il Guardian, poi, ha voluto definirli “ordinary people” e dedicare loro un’intervista sulla vita normale condotta da quella che è a tutti gli effetti una band di fama mondiale, un motivo ci sarà. Gli Alt-J provano a conservare il loro essere genuini ex-studenti, perfettamente british e polite in ogni loro comportamento. Noiosi, qualcuno dirà? Forse, ma fra i movimenti ritmici simil trip-hop, i vocalizzi medievali e, soprattutto, un’inedita veste alla DoorsBlack Keys, gli Alt-J promettono di fare scintille anche negli States.

Abbiamo incontrato Gus Unger-Hamilton, tastiere e voce della band, per discutere di queste e di molte altre cose, alla vigilia della pubblicazione del loro secondo, attesissimo, album.

Il disco è già in streaming via Spotify, giorni prima della release ufficiale… come mai questa scelta?

Spotify ci ha convinti al farlo. Abbiamo provato a guardare al modo in cui viviamo la nostra musica, con tutti i nostri errori e difetti. Molte persone avrebbero comunque trovato un modo per ascoltare il disco alla fine e crediamo che sia impossibile e ingiusto tenere la musica al guinzaglio… Perché le persone non possono semplicemente godere della musica nel modo più facile possibile?

Contestualmente, avete reso disponibile una app per condividere, commentare e trovare i punti più vicini di ascolto di This Is All Yours. Come vi è venuta questa idea?

Abbiamo reso disponibile lo streaming dell’album e, attraverso l’applicazione, le persone possono taggarsi, scrivere recensioni sul momento, trovarsi in tutto il mondo, attraverso le nostre canzoni. Penso sia splendido che, grazie alla musica, nell’area delimitata dall’app, tu possa camminare in qualche posto meraviglioso come un parco, una montagna o un lago. Abbiamo pensato fosse bello che le persone potessero ascoltare la nostra musica in questi posti.

L’università ha giocato un ruolo fondamentale nella formazione e nella musica degli Alt-J. Vi siete conosciuti lì e avete iniziato a suonare in quel contesto. Quanto pensi siano importanti i vostri studi per la vostra musica e lo sono ancora all’alba del nuovo album?

Credo che sia vero principalmente per l’album precedente. Quando stavamo scrivendo quel disco eravamo realmente studenti universitari e quando è uscito io e Thom ci eravamo appena laureati a Leeds. Sono passati quattro anni e mezzo, è un bel po’ di tempo. Ma ovviamente traiamo ancora molto beneficio dall’educazione che abbiamo acquisito e siamo persone critiche, che guardano alle cose in modi diversi. Se non fossimo andati all’università, probabilmente avremmo pensato in maniera diversa.

Dopo aver vinto il Mercury Prize nel 2012 a dopo essere diventati estremamente popolari, avete sentito particolari pressioni nel processo di scrittura del nuovo album?

No, non proprio. Volevamo consapevolmente ricreare l’ambiente in cui abbiamo scritto il primo album, cioè solo noi, che ci divertiamo e passiamo del tempo insieme. Questo è come facevamo musica quando eravamo studenti ed è come la facciamo anche ora che abbiamo trovato gli spazi giusti per lavorare, certamente non uno studio. Ci siamo incontrati ogni giorno per chiacchierare, ascoltare musica, fumare erba. Abbiamo pensato fosse giusto così, perché se non avessimo fatto così, semplicemente non avremmo fatto musica. Avevamo bisogno di un ambiente creativo e, grazie a questo, siamo riusciti a vedere i fatti per quelli che realmente erano: gli Alt-J che facevano il secondo disco. È stato come se un gruppo di ragazzi si godesse un po’ di tempo insieme, facendo musica.

alt-j

 Avete scritto il disco voi tre, come un trio? Cambia qualcosa rispetto alla scrittura con Gwil?

Come il primo disco, la maggior parte delle canzoni sono venute da Joe, nel senso che se scrivi le parole, ti occupi anche degli aspetti fondamentali della melodia. Ha portato le canzoni a me e Thom e poi abbiamo lavorato in comune, come facciamo normalmente.

Ma qual è la differenza più grande rispetto ad An Awesome Wave? Come cambia il lavoro senza Gwil?

Credo che la differenza principale stia nel fatto che questo disco è stato scritto e registrato in un periodo di tempo minore, in tutto due settimane, quindi probabilmente suona più uniforme. Non ci sono stati reali cambiamenti da quando Gwil ha lasciato la band, semplicemente ci siamo sentiti piantati a terra, perché eravamo soliti approcciarci alla musica come un gruppo. E’ strano scoprire di non avere più un motore portante.

Scorrendo la tracklist di This Is All Yours sembra che ci sia una sorta di percorso narrativo, soprattutto nelle canzoni intitolate Nara. Cosa puoi dirci di più a tal proposito?

Nara è un posto in Giappone, dove ci sono cervi che girano liberi in città. La canzone è una metafora che riguarda le persone che dovrebbero sentirsi libere di fare quello che vogliono, come i cervi a Nara. L’album è molto strutturato, ma non credo che il percorso di cui parli sia da riferirsi all’intero disco. Solo alle canzoni chiamate Nara

C’è molta natura nel disco, come se aveste ritrovato un rapporto con essa. Eppure, è stato in parte registrato in un edificio medievale…

Già, siamo andati nelle campagne nel Kent per due settimane in questo salone medievale ed è stato molto bello. Un posto storico per registrare…

alt-J - Every Other Freckle

Ma allo stesso tempo, ci sono i cervi, le vespe, le farfalle, gli uccelli, le campane… è diverso rispetto alle strade rumorose del primo album…

Beh, interessante. Non so esattamente. Eravamo in campagna, in questa splendida estate inglese e c’erano api che ronzavano intorno… credo sia bello dare il gusto, il sapore del posto in cui stai lavorando al prodotto finale. Allo stesso modo nel primo album, che è stato registrato a Londra, c’erano le strade di Brixton. In entrambi gli album abbiamo cercato questo aspetto. Anche le campane presenti in questo disco arrivano dal municipio di Brixton. Credo sia una cosa che ci piace fare. Riguardo alle connessioni con il Medioevo, abbiamo trovato da sempre interessante quel periodo e la musica collegata a questo e si nota bene in canzoni come English Garden

Proprio come in una canzone medievale, sembra che ci siano molte voci nel disco, ma non troppe parole. È una vostra scelta?

Esattamente. Ci piace usare la voce come uno strumento. Non devi avere necessariamente le parole, se vuoi cantare.

Ci sono però anche brani come Gospel Of John Hurt, in cui si descrive la sensazione legata alla famosa scena dell’alieno che fuoriesce dallo stomaco di John Hurt in Alien. Ha traumatizzato anche me…

[Ride, ndSA] È una vecchia canzone che avevamo scritto quando eravamo ancora studenti, ma non era entrata nel primo disco perché non era completa. Durante le sessioni del nuovo album, però, ci siamo accorti che funzionava e l’abbiamo inserita. L’aspetto testuale è quella precisa immagine del film, ma non c’è un significato particolare.

alt-J - Hunger Of The Pine

Left Hand Free, il vostro secondo singolo, è estremamente diversa da Hunger for The Pine… alcuni dicono che sia stata la vostra etichetta americana a costringervi a fare quel tipo di canzone…

No, è una notizia riportata in modo errato. Dopo aver scritto le canzoni del disco, fra cui Left Hand Free, le abbiamo mandate a quelli dell’etichetta e proprio quel brano li ha particolarmente convinti. Ci siamo sentiti confusi, dal momento che per noi non era la migliore del disco, ma a loro piaceva un sacco. Allora abbiamo pensato: «Ok, se gli americani vogliono cose così…». Se una canzone può andar forte in America, a noi non può che fare piacere.

Non credi che sia un po’ scendere a patti con il commerciale?

Credo che in America siano soliti giocare la partita in un modo diverso, rispetto a quello che facciamo noi in Europa. È un mondo diverso, più legato all’industria, old fashion… Non amano le persone che non stanno al gioco e noi vogliamo provarci, provare ad arrivare alle radio, stare al gioco.

Giocare la partita significa anche tirare dentro Miley Cyrus, se necessario…

Già, Thomas aveva fatto un remix per lei, che è una nostra fan e le è capitato di twittare cose su di noi, a volte. Così, Thom l’ha contattata e le ha chiesto di partecipare. Mentre scrivevamo Hunger Of The Pine, poi, ci è sembrata molto simile a 4X4, allora abbiamo provato a mettere dentro il sample della sua voce ed effettivamente suonava molto bene.

Avete nuove tecnologie sul palco? Come cambia la performance ora?

Sì, abbiamo diverse tecnologie: Thom ha alcuni nuovi pad elettronici nel suo drum kit e sia io che il chitarrista abbiamo nuove SPD. Siamo più hi-tech sul palco, ma teniamo ancora molto alla performance dal vivo, ad avere voci o batterie live.

alt-j left hand free

In una recente intervista, il Guardian via ha definito “completely normal”. Mi chiedevo se c’era proprio bisogno di specificarlo…

A noi va bene così… sai, ultimamente non c’è molto da dire sulle band, ma qualcosa la devi pur dire. Noi, certo, non siamo persone ordinarie, ma credo che non siamo particolarmente pretenziosi o appariscenti.

Certo che qualcuno che, da perfetto sconosciuto, è passato in pochi anni a diventare popolare in tutto il mondo, non collide felicemente con l’espressione “completely normal”…

Il nostro scopo non è mai stato quello di diventare famosi o popolari. Abbiamo provato a rimanere simili alle persone che eravamo da studenti.

Siete per natura molto vicini alle performance live e in particolare ai festival…

Non possiamo sempre scrivere o registrare la musica. Pensa che due anni fa siamo stati la terza band che ha suonato di più nei festival… assurdo!

Ma stare in tour vi aiuta anche a scrivere nuovo materiale….

Già, è così perché abbiamo finalmente del tempo da passare insieme.

Verrete a Milano a febbraio e siete stati due anni fa in Sicilia, all’Ypsigrock…

Sì, quello dell’Ypsigrock è stato uno dei concerti migliori che abbiamo fatto. Un posto incredibile, ricordi splendidi di noi che guidiamo nelle colline, nuotiamo nel mare, mangiamo un sacco di arancini. Abbiamo conosciuto ottime persone, ci siamo divertiti molto. Probabilmente quella data è nella top 3 dei live che abbiamo mai fatto. Un po’ mi manca questa dimensione perché ora suoniamo in festival più grossi e, a volte, possono essere davvero noiosi. Amiamo i piccoli festival come l’Ypsigrirock perché ti fanno sentire connessi con l’intero evento. Non vediamo l’ora di tornare in Italia.

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