Recensioni
Noah Hawley
Alien: Pianeta Terra - Stagione 1
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Jacopo Fioretti
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Edoardo Bridda
- 27 Agosto 2025

Diciamolo senza troppi giri di parole: il franchise di Alien ha ancora qualcosa da dire. Se Alien: Romulus dell’anno scorso è stata una flebile ma convincente voce, Alien: Pianeta Terra, la serie FX ideata da Noah Hawley, appare come qualcosa di più sostanzioso.
Quello che lo showrunner ex di Fargo e Legion sembra aver capito è infatti la straordinaria capacità dell’immaginario inaugurato da Ridley Scott nel 1979 di divenire terreno fertile per la creazione di storie in grado di parlare al pubblico del 2025. L’universo visivo e concettuale mantiene tutta la sua potenza simbolica, a cominciare dal design del suo terribile antagonista fino alla centralità di una protagonista femminile forte, affidata a Sydney Chandler, passando per il sapore artigianale della sua messa in scena, l’estetica dei sintetici (qui ben rappresentati dalla prova di Timothy Olyphant, novello Sting versione Dune o Rutger Hauer nei panni di Roy Batty), delle navicelle, delle armi e delle varie declinazioni dei mostri.

Non meno rilevante è l’aspetto concettuale, che ha in sé i semi per esplorare tematiche ancora strettamente attuali come il colonialismo, l’ultraprivatizzazione di ogni aspetto della conoscenza, e l’aggressività verso il diverso come fattore di costruzione identitaria. Temi che si intrecciano con i classici nodi sci-fi legati al postumanesimo e con quelli dell’horror che vede nel mostro un catalizzatore di paure e persecuzioni (razziali e sessuali), fino a toccare il livello del sacro come già avvenuto in Prometheus. In questo contesto il personaggio di Boy Kavalier (Samuel Blenkin), magnate della tecnologia e nuova incarnazione dei “visionari” alla Elon Musk, rappresenta il rischio della tecnocrazia frutto dell’accentramento di potere nelle mani di singoli individui capaci di ridisegnare il destino dell’umanità.
Ambientata tra Alien e Aliens – Scontro finale, la serie mantiene saldo questo grande apparato riadattando lo schema narrativo classico per catturare lo spettatore e poi trovare una propria strada. Qui l’attenzione si sposta verso la rappresentazione dell’“uomo del futuro” in un mondo ucronico, in cui la tecnologia è ferma agli anni ’80, proprio come abbiamo visto in Severance, Stranger Things, The Man in the High Castle e Tales from the Loop. Giovani e adolescenti affetti da malattie terminali che, grazie a Kavalier e alla sua Prodigy, vedono le loro coscienze trasferite in corpi sintetici più adulti e dotati di capacità fisiche superiori. Sono i “bimbi perduti” di questo Peter Pan al comando del pianeta.

Lo schianto sulla novella Neverland della navicella USCSS Maginot di Weyland-Yutani, carica di Xenomorfi e mostri vari ed eventuali, assume i contorni di un messaggio apocalittico. Invece di respingerlo o distruggerlo, però, Kavalier lo interpreta come un’occasione di potere e per indagare sull’accaduto invia la sua squadra di ibridi, pensati solamente come una “svolta tecnologica” destinata a garantire il futuro della Terra e non come esseri senzienti con un proprio mondo emotivo. Sottovalutare la complessità degli altri è tipico dell’infantilismo, dopotutto. Nel frattempo, Morrow (interpretato da Babou Ceesay), cyborg e security officer della nave schiantata, vuole tener fede al suo impegno per Weyland-Yutani e cerca di proteggere i campioni alieni, entrando così in “conflitto” con le mire della Prodigy.
L’incontro con l’alieno dimostrerà quanto sia fragile la superbia di chi crede di poter piegare l’ignoto alle proprie ambizioni, una metafora delle conseguenze che le fantasie dei grandi della tech industry possono avere sull’intera comunità
Alien: Pianeta Terra riporta come non mai la complessità tematica e la profondità dei rimandi sociologici e filosofici all’interno del franchise. Da una parte la riflessione su capitalismo, potere e tecnologia, dall’altra quella legata all’uomo e alle sue evoluzioni: ibrido, sintetico, cyborg.

Hawley si riappropria della trama originale non limitandosi a ricontestualizzarla sulla Terra, ma ampliandone i confini e il significato. Ingegnosi i rimandi alla storia di Peter Pan e ai colossal della fantascienza sul grande schermo: dalla scena dell’irruzione nel negozio di abbigliamento a ricordarci del Blade Runner di Villeneuve, alle metamorfosi degli alieni nel laboratorio a citare La Cosa di Carpenter, fino alla messa in scena della tecnologia come specchio delle ambizioni e delle fragilità umane, tipica della letteratura di Philip K. Dick.
Un’apertura alla contaminazione è evidente anche sul lato musicale: dalla colonna sonora curata da Jeff Russo con la supervisione di Maggie Phillips, alla scelta di brani musicali – da Nina Simone a TV on the Radio, Lord Afrixana, Black Sabbath, Tool e Metallica – che amplificano il significato emotivo o concettuale di scene cruciali.
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