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Per il terzo disco il cantautore Alex Izenberg mette subito le cose in chiaro fin dalla copertina e dal titolo del disco. C’è una maschera che può nascondere un’identità, ma anche dare la libertà di essere ciò che si vuole, come nei Carnevali veneziani dei tempi che furono. E c’è un titolo che indica chiaramente che lui non è qui, giocando specularmente con il titolo di quel film multiforme – I’m Not There – che forse meglio di tanti altri tentativi ha saputo ritrarre uno come Bob Dylan, che come ti sembra di averlo afferrato, è già da un’altra parte, sfuggente come un’anguilla.

Nel caso di Izenberg, però, l’assunto è complicato da quella diagnosi di schizofrenia paranoica che lo ha etichettato dal 2012. Forse la maschera e il titolo, quindi, servono a provare per la prima volta davvero a giocare con tale materia fino in fondo. Dai tempi dell’esordio, Harlequin (ancora maschera, finzione, ruolo), il Nostro ha continuato a maturare, rendendo la propria scrittura ancora più sicura e consapevole. Il nume tutelare è sempre lo stesso, Harry Nilsson, un altro che nella propria carriera ha saputo scrivere canzoni meravigliose, una diversa dall’altra, e non ha esitato a giocare con le maschere attraverso gli pseudonimi.

L’ispirazione esplicita è il filosofo Alan Watts, che parlava della propria vita come di una rappresentazione teatrale in cui metteva e toglieva maschere. Lo svolgimento è una raccolta di 10 canzoni dall’impronta acustica, crepuscolari e delicate come carta vetrata fine. C’è la forma del chamber pop, sottolineata dall’ottimo lavoro agli archi del Dirty Projector Dave Longstreth e da un percorrere con apparente sicurezza il bilico tra dramma e farsa, tra consapevolezza e inconscio.

Quest’ultimo, dichiaratamente fin dall’esordio, è l’unico spazio di esplorazione reale che è nella disponibilità di Izenberg – e di tutti noi, forse – mentre appunto nella vita adottiamo – consapevolmente o meno – questa o quella maschera per questa o quell’occasione.

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