Recensioni

7.1

C’è puzza di lacca, sigarette spente e latte scaduto; le promesse di un grande amore si sono sgretolate lasciando lacrime e briciole di baci su un vassoio da quattro soldi posato in cucina. Izenberg se ne sta muto e immobile davanti al frigorifero aperto, con lo sguardo fisso su un’insalata da buttare. Tutto è da buttare, anche il suo cuore di ventiquattrenne disperato che piange una donna ormai lontana. Izenberg è Alex, arriva da Los Angeles, ha classe da vendere e una voce carezzevole e imperfetta al punto giusto, trait d’union ideale fra Harry Nilsson, Elton John e i Wild Beasts. Di questo giovane cantautore intristito si sa ben poco, a parte una gioventù trascorsa a suonare in gruppetti rock e a fare musica su GarageBand, ma in casi come questo non fa la differenza perché a parlare per lui è Harlequin, suo disco d’esordio, creazione finale di anni passati davanti a un vecchio Yamaha verticale, durante gli anni burrascosi del passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

Immerso in un viscerale amore per il passato, per i suoni vintage dalla grana polverosa e per il chamber pop di stampo seventies, Harlequin è semplicemente un disco bello, nella sua compiutezza, nel suo non voler strafare coscienti di essere ancora alle prime armi. Ma Alex Izenberg non tenta di copiare quello che è stato, e con il suo carnevalesco danzare sui tasti del pianoforte – presenza cruciale e benedetta– regala undici brani variegati e fascinosi, paragrafi perfetti per questa operetta barocca e bizzarra. Il fascino capriccioso di questo Harlequin, guidato dal pianoforte e da un paradiso di ottoni e archi, riesce a comunicare perfettamente quella dolorosa sensazione di chi prova a voltare pagina dopo la fine di un grande amore. Si sente lo strazio, la stanchezza, nella voce di Izenberg, mentre descrive lo svegliarsi con la testa intontita dopo aver dormito tutto il giorno, depresso nel tentare di affrontare il proprio dolore («Sleeping all of the day waking up in a haze, you don’t know what its like to move on»).

Padrone di una febbrile e inquietante eleganza, Izenberg invoca gli spiriti sopiti di una scuola tanto seventies (gli arrangiamenti di Simon & Garfunkel, la maestria oscura di Scott Walker) quanto vicina a gruppi come Grizzly Bear, al loro caos vaudeville e pop. Dinamiche talvolta sinistre e melodie ingenuamente romantiche racchiudono il sound preziosissimo di Harlequin, un’avventura selvaggia ed eccentrica nelle pieghe del mal d’amore. Archi, corni, campanellini si fanno umanissimi e concreti, distanti dal desiderio estetizzante di una corrente musicale spesso zuccherina ai limiti del consentito. Ciò che salva Harlequin dall’essere l’ennesimo disco dolciastro sui postumi di una storia straziante è la sua impostazione di fatto minimale: Izenberg si limita a raccontare, con onestà chirurgica e talentuosa ironia, valori universali come la perdita, il dolore, la confusione di un cuore abbandonato fra la foschia stregata di Los Angeles. È la convivenza armoniosa fra un sentire démodé – il piano vintage, le armonie bacharachiane – e un moderno muoversi in mezzo a tecnologie digitali – il disco è stato registrato sul computer usando Logic – con l’ausilio dell’arrangiatore Ari Balouzian, già al lavoro con Tobias Jesso Jr.  (di cui avvertiamo una fortissima presenza). Sono brani pop, taglienti e pieni di un dissonante senso di felicità.

Grazie a un’apertura teatrale come The Farm, Izenberg mette in chiaro la propria natura da signore della classica ballata orchestrale, e quando entrano gli archi minimali di Grace, di fronte a quel piano e voce, così spiritual e intimo, le riserve cadono di botto. Si passa con scioltezza dal gioiello pop tutto falsetti, bassi e sassofono sbarazzino di To Move On alla cacofonia melodica in stile marcetta di Archer, fino al pastiche sonoro di A Bird Came Down. I timpani colpiscono in Libra, forte dei suoi synth scintillanti e di un falsetto arioso in cui Izenberg offre il meglio del suo dinamismo vocale. Ha scoperto la ricetta perfetta per rendere classico il pop più eccentrico e variopinto, trasformandolo in qualcosa di completamente nuovo e personale.

I brani di Harlequin scivolano via veloci, figli di cinque anni di scrittura, labor limae e organizzazione chirurgica, e, sebbene non ci sia niente di scontato, il disco vive sospeso in un’atmosfera di soave armonia. Trasfigurati i dolori del giovane Izenberg, l’ascoltatore non viene travolto da una dimensione dolorosa nè pesante ma, grazie a giochi di parole e colpi di scena orchestrali, si viene a creare un’atmosfera vivace e impalpabile. Ventiquattro anni sono pochi, tanti, o abbastanza? Per fare un buon (e onesto) disco, a volte basta il talento di sapersi raccontare, così, piano e voce, come una confessione.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette