Recensioni

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Bob Dylan non è qui. C’è però, vivissimo ed indicibilmente attuale, il suo enigma. Che va ben oltre le sue canzoni, ma che proprio in esse e nelle loro molteplici, potenzialmente infinite incarnazioni si manifesta ai nostri sensi, al solo fine di scardinare ancora una volta tutte le nostre possibili certezze e convinzioni al riguardo. Decifrarlo? Impossibile. La colonna sonora del recente film di Todd Haynes ci mostra così quanto affascinante possa essere tutt’oggi perdersi in quell’ineffabile labirinto, in quel puzzle di infinite maschere, in quel continente inesplorato che conosciamo con il nome di Bob Dylan.

Solo sulla carta, ce n’è abbastanza per sbrodolarsi addosso: Sonic Youth, Stephen Malkmus, Calexico, Yo La Tengo, Cat Power, Jeff Tweedy, Tom Verlaine e tanti – parecchi – altri alle prese con il canzoniere più prezioso degli ultimi quarant’anni e passa, in quello che potrebbe essere il definitivo tributo al Maestro, unitamente all’omonima pellicola a cui fornisce accompagnamento sonoro – l’ultima fatica del visionario e popadelico Todd Haynes, come minimo controversa eppure imprescindibilmente dylaniana, nel suo ritratto-mosaico scomposto a più livelli. Allo stesso modo, le trentaquattro canzoni qui raccolte presentano tanti Dylan possibili, nella medesima frammentazione e perenne trasformazione offerta dai sei diversi personaggi del film, soltanto elevata a una potenza in(de)finita. Come dire, Dylan è anzitutto puro contenuto; l’espressione, la forma è lasciata all’artista di turno (sarà mica un caso se Mr. Zimmerman è in tutta probabilità l’autore più coverizzato da che rock è rock?). E in fondo, questa è l’essenza stessa della folk music: un’eredità che si fa tradizione tramandata; in questo caso, la musica di Dylan che attraversa i giorni nostri e si proietta oltre. A pensarci bene, questa potrebbe essere la musica più attuale che possa esserci.

Non stupisca quindi se, in effetti, buona parte di queste interpretazioni non compaiono affatto nella versione cinematografica, o sapere che I’m Not There ha di recente avuto anche un’incarnazione on stage (l’11 novembre scorso a NY), con interpreti leggermente differenti rispetto al cd (Gomez, Roots, Joe Henry, J. Mascis). Ché, comunque la si veda, si tratta di una rappresentazione, in cui ad ogni protagonista si dà l’opportunità di indossare una maschera, di essere l’artefice di un inganno, di una dissimulazione, di una mistificazione.

A partire dallo stesso Dylan nell’eponima chiusura di I’m not There, uno splendido gingillo sbadatamente scivolato fuori dal sacro scrigno dei Basement Tapes (qui nella sua prima apparizione “ufficiale”): Bob, semplicemente non è qui, ed è proprio la sua presenza / non presenza che informa tutta l’opera; programmaticamente, nello stesso brano si cimentano in apertura – dopo un buon Eddie Vedder alle prese con una All Along The Watchtower più jam rock che hendrixiana – i padrini ufficiali dell’operazione, degli ispirati e semiacustici Sonic Youth pronti a sfruttare l’ondata sonic folk che ha travolto il recente Thurston solista. In realtà è Lee Ranaldo, insieme a Steve Shelley, uno dei maggiori artefici del disco tutto, in seno ai Million Dollar Bashers, house band da sogno che si compone inoltre di Nels Cline, Tom Verlaine, John Medeski (di fama jazzista, giro di Zorn e dintorni), Smokey Hormel e Tony Garnier, bassista di Dylan stesso; ad avvalersi dei loro servigi, un inedito Malkmus infervorato classic rock (impressionante Ballad Of A Thin Man, più canonica Maggie’s Farm) una Cat Power in pura estasi dylaniana (non poteva che dare il meglio di sé in Stuck Inside Of Mobile…, southern soul memphisiano per eccellenza), un Verlaine più oscuro e reediano che mai (Cold Irons Bound). A fare, possibilmente, ancora meglio ci sono i sempre impeccabili Yo La Tengo (riverenti ai limiti della filologia, e altrettanto emozionanti), e soprattutto la premiata ditta Burns&Convertino, a ricoprire di spezie e magie tex-mex le strepitose Goin’ To Acapulco (picco totale) e One More Cup Of Coffee, con rispettivamente Jim James dei My Morning Jacket e un ritrovato Roger McGuinn a contendersi il microfono.

E a proposito di grandi vecchi, Richie Havens e Ramblin’ Jack Elliott sono da antologia (del blues, del folk, della musica tutta), dove invece Willie Nelson rilascia una Señor pure troppo bolsa. Note dolenti come quelle – afone – esalate da Charlotte Gainsbourg nella sua dimenticabile Just Like A Woman, mentre le partiture affidate ai soliti prezzemolini Antony & The Johnsons (Knockin’ On Heaven’s Door), Mark Lanegan e Sufjan Stevens risultano perlopiù ridondanti nei loro cliché di classe. E qui chiudiamo la parentesi negativa (e la recensione), perché adesso potremmo anche continuare a soffermarci su ogni singolo nome coinvolto, il cui contributo è quasi sempre rimarcabile e nei casi migliori, personale – ci punge comunque il bisogno/dovere di nominare almeno uno stellare Jeff Tweedy in Simple Twist Of Fate, il miglior pane per i suoi denti, nonché Marcus Carl Franklin, uno degli attori protagonisti del film, fosse solo per il fatto che con i suoi 11 anni è uno dei ragazzini più fortunati del globo). Il punto è che, dato l’argomento, ci sarebbero sempre tante, troppe cose da dire. Ma non ce ne vogliate; come ha detto qualcuno, “Dylan è un continente ancora inesplorato”.

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