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Nel 1967 George Harrison visitò San Francisco, rimanendo piuttosto deluso dalla disperata ossessione che le persone perseguivano: essere alla moda. In quel periodo questa ricerca coincideva con l’esplorazione di una spiritualità dalle tinte esotiche e i trip dell’Lsd. Mancava quella che il Beatle definiva una «elevazione collettiva della consapevolezza» e questa carenza lo convinse una volta per tutte che il cambiamento sociale fosse un’utopia.

In questo episodio c’è tutta la personalità di Harrison, passato alla storia come il Fab Four più «tranquillo» e taciturno. Un volume de il Saggiatore – o meglio, più di seicento pagine – convinceranno senza dubbio chi sostiene questa tesi, un vero e proprio stereotipo sul buon George.

George Harrison, foto per la stampa (1970 circa)

Curato da Ashley Kahn e tradotto da Seba Pezzani, What Is Life raccoglie interviste e incontri con il chitarrista suddivisi in cinque parti che vanno dal 1962 al 2001. Come il precedente Like A Rolling Stone, che ha per protagonista Bob Dylan, il libro è fondamentale per offrire un profilo della persona e dell’artista che completa, e a volte corregge, il personaggio tramandato dalla tradizione.

All’interno l’imbarazzo della scelta. In un’intervista Harrison enuclea uno splendido concetto dietro Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band: «Le persone ti vedono, ti mettono su quel piedistallo e pensano davvero che tu sia diverso da loro […] Chiunque voglia far parte della Pepper’s Band ne fa parte. Chiunque provi la minima identificazione». In un altro estratto il chitarrista confessa di non essere stato vittima della frenesia per la meditazione trascendentale di Maharishi che a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta divenne famosa soprattutto grazie ai suoi adepti, tra cui gli stessi Beatles. George era già da anni alla ricerca di risposte sul senso della vita e della parabola terrestre degli esseri umani.

I Beatles ai Twickenham Film Studios durante le session per “Get Back”

Le pagine di What Is Life non risparmiano episodi personali, come il rapporto tra Harrison e McCartney sul finire dell’epopea dei Beatles. Il chitarrista, in un’intervista del 1970 parla con molta franchezza dei problemi con il bassista, sciorinando i limiti che nella band sentiva sul piano creativo e le problematiche legate al monolite Lennon/McCartney. Su quest’ultima tematica emerge tutto l’ideale egualitario di Harrison: «Ho davvero capito quanto sono bravi e, allo stesso tempo, ho visto l’infatuazione del pubblico o le lodi espresse nei loro confronti», e proprio per questo il chitarrista può dire meglio di chiunque altro quanto Paul e John fossero come tutti gli altri. O, capovolgendo il discorso, quanto chiunque possa essere Lennon/McCartney.

È altrettanto interessante la visione di Harrison sul proselitismo pacifista di Lennon, per il quale nutre più di qualche dubbio perché convinto che il mondo non si cambia con una canzone, ma le persone hanno bisogno del proprio percorso personale per dare un senso alle cose. C’è poi il George ambientalista, quello che vorrebbe accumulare tanti soldi per poi regalarli, e ci sono le sue preoccupazioni per l’assenza di controllo sul catalogo della sua band, una «prostituta» che ormai può finire nelle pubblicità o pubblicata in album con tracklist stravolte. Seicento pagine sbugiardano anche una piccola chicca: nel 1974 un giornalista chiede al chitarrista perché non rilascia interviste personali e si vede rispondere «sono un musicista, non un oratore».

La mole di materiale è ingente, ma assaporando le pagine di What Is Life si ha la sensazione di avere Harrison davanti a noi, ci sembra di ascoltarlo e di godere delle sue pause mentre sorseggia il suo amato tè.

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