Recensioni

Partiamo subito dicendo che il titolo di questo nuovo lavoro per la congrega di Al Doum è sbagliato: sarebbe stato meglio aggiungere una “t” finale a quel rejoin, perché come sempre la musica dei predoni milanesi è sconvolgente come un purino d’erba buonissima. In realtà questo nuovo Spirit Rejoin è meno freak e più spiritual dei precedenti (l’omonimo del 2011 poi ristampato nel 2014, Positive Force, e l’ottimo Cosmic Love), si infila in quella tradizione trasversale che lega nello spazio-tempo Coleman e Sun Ra, Don Cherry e Pharoah Sanders, arrivando fino agli eliocentrici più eliocentrici dell’ultima generazione di viaggiatori spiritual-cosmici, ovvero gli Heliocentrics. Stesso gusto e stessa ampiezza di visione finalizzata però alla forma-canzone, come nell’ultimo A World Of Masks, ma in più un gusto per la jam libera, per le aperture psych, per un citazionismo mai fine a se stesso (un esempio atipico? il richiamo al miglior Manzarek doorsiano nella parte centrale di Unity Is Brotherhood) e per un terzo/quartomondismo che non puzza mai di artefatto fanno di questo terzo disco lungo forse la migliore espressione della formazione, non troppo diversa dai precedenti lavori ma sicuramente con una più evidente tendenza alla catarsi e alla liberazione attraverso il rituale.
Brothers and sisters, dunque, singing and dancing in the unity of the brotherhood, tra svolazzi e aperture funkettose, irresistibili ottovolanti tra ieri e oggi (Light Up), spire mediorientali ed effluvi etno-psych (Solchi), primitivismo tribaloide (Drums Odissey), omaggi mai sopiti alla nuova percezione (Weed And Love), eruzioni laviche ad alto tasso afro-free (Satieva) e placide cantilene elegiache sulla via delle spezie (la conclusiva title track). Spirit Rejoin, insomma, è un lavoro vario eppure ben messo a fuoco, in cui il collettivo dimostra di avere ben chiaro il mondo sonoro che va costruendo, con o senza “t”.
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