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C’erano grosse aspettative per questo ritorno romano del grande condottiero del jazz etiope e sono state tutte confermate. Il Mulatu Astatke di questa sera, tuttavia, è un Mulatu diesel, che ingrana la marcia giusta soltanto quando decide di scrollarsi dalle spalle il pulviscolo da “semi-star” da una botta e via e abbandonarsi – con una formazione da urlo – al flusso musicale.
Si parte con i brani più conosciuti, come a stabilire da subito che le carte in tavola sono quelle: il maestro è qui, il pubblico è qui per lui e l’ora abbondante seguente sarà una celebrazione. Ottimo feeling, acustica al solito perfetta, plauso generalizzato, ma è come se mancasse qualcosa. Come se ci fosse una patina di “dovuto” che il maestro rende da subito disponibile al suo pubblico, in maniera troppo intelligibile e diretta, troppo impostata. Quasi, e potrebbe sembrare un paradosso, senza calore.
Magicamente, però, passati quei due o tre pezzi che non nominiamo per decenza, visto che son passati al cinema, in radio e in tv fino alla nausea, i musicisti guidati da questo settantenne che sembra ignorare lo scorrere del tempo, cominciano a carburare; l’atmosfera si scalda, via via il mood “afro” comincia a infilarsi tra le restrittive poltroncine della Sala Sinopoli – belle e comode quanto si vuole, ma decisamente fuori luogo in situazioni come queste – e gli astanti si ritrovano gettati in quel fantastico mondo a parte che è l’ethio-jazz. Non una rendition del jazz europeo ammantata da pochi schizzi di esotismo, quanto una totale rielaborazioni di quegli stilemi attraverso una sensibilità “altra” che Mulatu e altri come lui portano avanti da quarant’anni, senza soste o cadute di stile.
Così la temperatura sale, gli strumentisti scelti con perizia dal maestro – fisicamente, intorno al suo kit vibrafono, wurlitzer e percussioni, ruotano Byron Wallen (tromba), James Arben (sax), Danny Keane (cello), Alexander Hawkins (piano, tastiere), Neil Charles (contrabbasso), Tom Skinner (batteria) e Richard Olatunde Baker (percussioni) – si dimostrano non solo ottimi se presi singolarmente, ma deliziosi nell’interplay e fantastici nel rendere uno spettacolo nello spettacolo ogni singolo cambio di passo, ogni singola interpretazione. Il maestro guida tutto con fare sornione, in un crescendo che sfiora l’apoteosi nella fase finale, quando sperimentazione e fare avventuroso, oltre che corale attenzione per il mood e per un sentire musicale letteralmente a 360°, fanno praticamente staccare da quelle inibitorie poltroncine anche il più ingessato degli intervenuti. Ad averne di vecchietti così.
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