Recensioni

Manuel Agnelli l’ha detto tante volte. C’è stato un tempo in cui suonare di fronte a migliaia di persone che cantavano in coro lo destabilizzava, lo disturbava, ha messo addirittura in crisi lui e la band. «Non sapevamo più cosa saremmo stati, non sapevo più cosa sarei stato io» ci raccontava poco tempo fa, rievocando un preciso momento nella storia degli Afterhours, seguito ai primi successi e alla crescita esponenziale del pubblico. Poi che da quella crisi siano nati due dei loro lavori migliori, Quello che non c’è e lo stesso Ballate per piccole iene di cui si sta celebrando il ventennale, è un fatto indiscutibile. E questo la dice lunga – e in positivo – su un gruppo che ha segnato come pochi un lungo periodo della musica italiana, sulla sua indole poco accomodante, inquieta, camaleontica – come quella del leader.

La cosa divertente, un vero “contrappasso” da piccola iena, è che Manuel stasera, con gli Afterhours rinati per questa reunion-evento, al ritorno a casa nella “loro” Milano (anche se siamo sempre a Sesto San Giovanni per i precisini della geografia), ha proprio bisogno del suo pubblico cantante: il calo di temperatura dopo giorni di afa tropicale gli ha, parole sue, «fottuto la voce». «Ma darò fino all’ultimo co@#!one» per arrivare in fondo, rassicura. Sarà di parola. Intanto il nostro disturbatore di un tempo, poi beniamino del pubblico indipendente, poi di un pubblico più grande, oggi provocatore mainstream nell’Italia del “sistema trap”, per riprendere un suo vecchio adagio si ritrova a fare il papà alternativo dei protagonisti della rassegna “Carne Fresca”.

E papà non solo in senso figurato: i Dirty Noise che si esibiscono prima degli After sono giusto la band di sua figlia Emma. Ma non è tanto uno scherzo del destino: questa vocazione da organizzatore, da portavoce, da leader di una scena oltre che di un singolo gruppo, gli appartiene da tempo, è un ruolo che ha svolto in molti modi e sempre con il suo piglio volitivo e il suo carisma mediatico, spendendosi in prima persona con iniziative d’impatto (la Vox Pop di un tempo, il Tora Tora, Il paese è reale), come oggi che con il suo spazio Germi vorrebbe essere il talent scout di una nuova generazione musicale.

Gli artisti che si esibiscono in apertura di questo tour appartengono tutti al progetto di e sono diversi per ogni data. Stasera sono tre. Comincia Kahlumet (alias di Luca Santuccio), il più inafferrabile e per questo intrigante: il suo pezzo Shameless Meaning del 2023 e l’EP Homeless del 2021 mi hanno ricordato addirittura i Red House Painters con un tocco più lo-fi e acido, mentre l’ultimo brano diffuso, Bed Man, ha un passo un po’ felpato tra funk e bossa nova. Poi c’è Fitza (Beatrice Fita), che qui si esibisce da sola in acustico. Già questo è un limite, e non è nemmeno colpa sua. Purtroppo il suono è molto basso, si sente quasi più il chiacchiericcio del pubblico della sua voce e della sua chitarra. Nelle versioni in studio i suoi pezzi hanno un sound più corposo e venature decisamente rock, in questa versione unplugged si lasciano ascoltare ma per quanto suonati con grinta perdono dinamica. Lei ricorda una Carmen Consoli virata in chiave indie anni zero, un riferimento un po’ ingombrante e rischioso ma da cui sembra si stia emancipando man mano. Personalità (e poetica) ancora in divenire.

I Dirty Noise dei tre sono i più quadrati, suonano indie rock un po’ vecchia maniera, con un ventaglio di suoni che va più o meno dai Pixies alle Hole alla PJ Harvey periodo Rid of Me (quest’ultima si avverte tanto nella versione studio di Limiti, il loro primo pezzo in italiano, meno nel live di stasera), hanno delle canzoni per il momento discrete con aspetti che se meglio calibrati e arricchiti potrebbero anche portare a qualcosa di davvero interessante. Chissà se saranno i ragazzi di “Carne Fresca” a salvarci e farci uscire musicalmente vivi da questi anni terribili: questo almeno è l’auspicio del loro mentore. Gli intenti dell’operazione sono lodevoli; i risultati si potranno giudicare meglio quando si darà ai frutti ancora acerbi il tempo e il modo di maturare – cosa che non sembra molto nelle corde di certi discografici nell’era dei soldout farlocchi a San Siro ma che chi vuole supportare queste realtà deve avere bene in mente.

Nel frattempo, una persona vicino a me che non sembra preoccuparsi più di tanto del futuro della musica alternativa italiana – sempre che un futuro ci sia, non per la musica ma per tutto quanto e tutti quanti noi, visti i tempi – mi chiede “a che ora iniziano” intendendo ovviamente gli Afterhours. Più o meno un’ora e mezza dopo la domanda, arrivano sul palco e parte La sottile linea bianca. Tripudio. Subito dopo è il turno di Ballata per la mia piccola iena e la voce di Manuel è coperta dai cori. Ma come lui confessa, non è soltanto l’entusiasmo dei suoi fan o un settaggio da registrare. I dieci gradi in meno di temperatura atmosferica che a noi hanno permesso di goderci una serata fresca e di non squagliarci durante il concerto, a lui lo hanno reso afono. È Dario Ciffo la vera voce solista in La vedova bianca. E il resto è tutto un call and response con il pubblico. «È il concerto più divertente che ho fatto senza voce», dirà Manuel alla fine: tutto vero.

Divertente è divertente, quando finisce Ballate per piccole iene (eseguiti tutti i pezzi, tranne Male in polvere) l’orologio va indietro a Strategie, Lasciami leccare l’adrenalina, Dea (senza urla per non rovinare quel poco di voce rimasto), La verità che ricordavo, l’inossidabile Male di miele. Il problema con la voce di Agnelli purtroppo non è l’unico, la chitarra spesso si sente poco (per esempio in Non si esce vivi dagli anni ottanta), per non parlare dell’annosa questione dei limiti di decibel imposti per legge che ha smorzato l’audio dei concerti milanesi (lamentele a vuota, finché non si cambiano le disposizioni). Per quanto fastidiose possono essere due vicine che discutono animatamente di non so che cosa durante Quello che non c’è in teoria dovrebbe essere il sound del palco a coprire le loro voci e non viceversa: e stiamo ancora a ridosso delle prime file, la situazione più indietro sarà stata ancora peggiore.

Poi il repertorio è quello lì, partono Bye Bye Bombay, Non è per sempre, Voglio una pelle splendida e uno si può anche dimenticare di tutto. Nulla poteva fermare ciò che il concerto doveva essere ed è stato. Una celebrazione. Per il pubblico di tre generazioni di cui Agnelli è giustamente orgoglioso. Per gli Afterhours stessi, per questi Afterhours con Andrea Viti, con Dario Ciffo, con Giorgio Prette (mancherebbe Iriondo per mettere d’accordo tutti i vecchi fan), che sono una band, vera, anche se da tanti anni non suonavano più insieme e hanno avuto i loro screzi. E per il loro leader.

Quella di Agnelli è anche una voce collettiva, in tutti i sensi: e il primo ad accettarlo a questo punto, pur con tutte le insofferenze che lo contraddistinguono da sempre, è stato proprio lui. Se non sapendo nulla del gruppo qualcuno avesse voluto mettere piede qui, anche in una serata piena di problemi, si sarebbe fatto un’idea realistica di quello che gli Afterhours significano oggi. In tutto il contesto, e non solo nel loro concerto, avrebbe visto uno spaccato della loro storia. Cosa di cui si rende bene conto anche chi invece li conosce bene e se li ricorda con qualche spigolo in più.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette