Recensioni

TOP
7.5

Ricordo il momento esatto in cui ho pensato: “forse ci siamo”. Era una sera di quasi primavera del 1997. Sintonizzai l’autoradio su – mi pare – Radio2, dove sapevo di trovare un programma che passava spesso musica dal vivo. Se la memoria non m’inganna, la prima cosa che sentii fu 1.9.9.6.. Ne rimasi folgorato. Arrivato a casa, non scesi dall’auto. Spensi il motore e rimasi in ascolto fino al termine della trasmissione, praticamente uno showcase nel quale gli Afterhours presentavano il nuovo disco Hai paura del buio?. Tra le canzoni e le chiacchiere (ovvero: ciò che diceva soprattutto il loro leader Manuel Agnelli) mi sembrava di avvertire un senso di pienezza, di tempismo e opportunità, di contenitore che contiene più di quanto possa trattenere. Ebbi la netta sensazione che, se in Italia esisteva davvero un popolo definito trasversalmente dalla passione per il rock, poteva legittimamente prepararsi a vivere un periodo memorabile. Pensai: “forse ci siamo”.      

Il 1997 fu un anno speciale per il rock italiano. Molte premesse degli anni precedenti si organizzarono per darsi una forma compiuta, matura, d’impatto. Soprattutto, il rock cosiddetto indipendente sembrò come mosso da motivazioni più nitide e concrete, quasi fosse divenuto di colpo consapevole dell’esistenza di un pubblico consistente, il cui interesse aveva raggiunto lo stato di massa critica, rendendo quindi plausibile la possibilità di aprire una breccia al rock nostrano nell’immaginario collettivo. Dal punto di vista internazionale, il rock stava vivendo un momento formidabile: sull’onda travolgente del grunge, quindi del britpop, delle deviazioni lo-fi e delle varie ibridazioni sintetiche, i Novanta avevano visto i volumi di vendita raggiungere livelli inauditi. Un fenomeno alla cui consistenza contribuì non poco il balzo in avanti tecnologico costituito dalla definitiva affermazione del CD come supporto fonografico standard, con relative ristampe a tappeto dei cataloghi e la diffusione di impianti audio efficienti a portata di tutte le tasche.

Il dark side di tutto questo, rappresentato dal senso di deriva verso un’industrializzazione sempre più pervadente del “fare rock”, trovò un martire abbacinante in Kurt Cobain, il cui suicidio tuttavia rappresentò – paradossalmente? – una ulteriore spinta per le fortune commerciali del rock chitarristico. Nel 1996, due anni dopo il suicidio del frontman dei Nirvana, il grunge di Seattle licenziava album che ne sancivano il crepuscolo come Down On The Upside dei Soundgarden e No Code dei Pearl Jam, ma il post-grunge dei canadesi Nickelback e degli inglesi Bush aveva appena iniziato a mietere successi capaci di far impallidire le cifre di vendita dei loro “maestri”. Di contro, il post-rock costituiva un controcanto sempre più articolato all’apparentemente incontenibile marea rock che egemonizzava la scena, carburata da Oasis, Blur, Smashing Pumpkins, Tool, Radiohead, PJ Harvey, Suede, Korn, RATM, Pulp e via discorrendo. Perfino fenomeni dalla natura intrinsecamente più pop come Alanis Morrisette, Lenny Kravitz o Cranberries calavano sul piatto un’attitudine rock marcata, mentre vecchi leoni come R.E.M. o Neil Young avevano recuperato il gusto per un’elettricità anche impetuosa. L’Italia non poteva rimanere immune a questo contagio.

Torniamo quindi a Hai paura del buio?: scrivere di questo disco significa tra le altre cose aprire il coperchio della vecchia, puzzolente questione del rock italiano. Il quale, malgrado numerosi tentativi anche particolarmente riusciti, non ha mai saputo imporsi davvero – o, meglio: sedimentare – come codice espressivo diffuso. La stagione del beat, l’avventura di Battisti, le molte sfaccettature del prog, il punk, il post-punk e la new wave nelle declinazioni bolognese, romana, fiorentina eccetera: tutte situazioni che hanno prodotto album e carriere memorabili, in alcuni casi assai apprezzate anche fuori dai confini nazionali. Tuttavia, a metà degli anni Novanta, mentre l’industria musicale mondiale faceva lievitare i bilanci al suono di riff chitarristici, l’Italia viveva ancora il rock come qualcosa di “alternativo” a un mainstream che oscillava tra disimpegno “sanremese” e impegno cantautorale (con tutto ciò che stava nel mezzo). Il rock a livello mainstream esisteva eccome, ma sempre in una sua versione disinnescata, addomesticata. A livello di immaginario collettivo, il rock era accettato come presenza, come idea, ma si era ben lontani dall’accettare che il rock potesse significare in maniera complessa, stratificata, scomoda. Sui grandi media italiani il rock veniva rappresentato in termini celebrativi (sempre al passato) o come un abbozzo grossolano, ai limiti della caricatura. Vasco, Gianna Nannini e Ligabue erano “il rock italiano”, con buona pace di ciò che stava accadendo nelle retrovie. Perché accade sempre qualcosa, no?

Ciò che stava accadendo erano C.S.I., Massimo Volume, Santo Niente, Marlene Kuntz, Scisma, Cristina Donà, i primi Timoria, Almamegretta, Bluvertigo, Disciplinatha, 24 Grana, Estra, Wolfango, Üstmamò, Virginiana Miller e Soon, tanto per fare qualche nome (e di certo ne dimentico un bel po’). Tra questi, i milanesi Afterhours si misero presto in luce grazie a un’attitudine che coniugava la versatilità stilistica all’impatto delle esibizioni, spesso condite da espedienti curiosi, tipo vestirsi da bambine come in occasione del tour di Germi (1995). Proprio quest’ultimo fu l’album che li vide passare ai testi in italiano, complice la cover di Mio fratello è figlio unico realizzata per una compilation-tributo a Rino Gaetano promossa da Arezzo Wave. Probabilmente fu proprio questo il passaggio che convinse Manuel Agnelli e soci a tentare la carta dell’idioma italico, non prima però di averlo sottoposto alla tecnica del cut-up messa a punto da Burroughs, così da operare un detournement deciso rispetto al suo utilizzo canonico.

In Germi – uscito nel 1995 – esuberanza, furia, passione, delirio, ironia e irriverenza compongono una miscela corrosiva, che in alcuni passaggi fa emergere una pienezza melodica sorprendente, capace di gettare ponti tra il famigerato rock (ovvero tra un’idea finalmente famigerata di rock) e la tradizione melodica (vedi il caso di Dentro Marilyn, che ribattezzata Tre volte dentro me entrerà a far parte addirittura del repertorio di Mina). Nei due anni che passarono tra questo e Hai paura del buio? la pentola del rock italiano iniziò a bollire tanto che il coperchio sembrò sul punto di saltare in aria. Nel volgere di pochi mesi uscirono album come Sanacore, Sempre più vicini, Lungo i bordi, Il vile, Linea gotica, Üst, La vita è facile, Metamorfosi e Scintille (sempre per citarne solo alcuni). Qualunque cosa stesse accadendo, si percepiva con chiarezza un movimento ascendente.

Nel marzo del 1997 uscì quindi Hai paura del buio?, album che al netto delle ambizioni della compagine milanese (i crediti recitano: Manuel Agnelli, Xabier Iriondo, Giorgio Prette, Dario Ciffo, Francesco “Fresco” Cellini e Alessandro Zerilli) sembrò farsi carico di questa onda e definirne il punto di rottura, la deflagrazione sulla scena. Non si pubblica un album così – in cui accade di tutto ad alta intensità sulla distanza di ben diciannove tracce – se non si intende lasciare un’impronta indelebile, calare sul tavolo la mano decisiva, stabilire un prima e un dopo. Se Agnelli indicava la rotta con determinazione istrionica, era soprattutto il confronto/connubio con la vena più avventurosa di Xabier Iriondo a determinare la frequenza portante del disco (quest’ultimo, chitarra anche nella noise band sperimentale Six Minute War Madness, è co-autore di oltre metà brani), vedi il ricorso costante ad azzardi rumoristi e l’utilizzo “antigrazioso” delle chitarre (non c’è traccia di assoli che rimandino alla modalità classic rock).

La scaletta si apre in effetti con la title track, un brevissimo strumentale distorto e ulcerato a base di mestare torbido, corde blese, tastierino beffardo e voci dall’altroquando, insomma un piccolo teatro psicotico che sfocia nella già citata 1.9.9.6.: il canto – subito protagonista di un’imprecazione memorabile – mantiene una piega isterica da aspirazione d’elio, così che l’invettiva in forma di ballata contro la pubblica ignavia – rea di non prendere posizione neppure nei confronti degli “estremisti edili” – mantiene una chiave autoironica anzi grottesca. Il cut up veleggia già alto, vedi versi quali «cambia rotta cambia stile / scopri l’anno bisestile» oppure «squarciafavole t’illudi / come notte fra le nubi», anche se il passaggio chiave è quel «sei borghese arrenditi», la cui eco tornerà spesso nei lavori successivi come una tonalità ricorrente, la vibrazione poetica di fondo del verbo Afterhours (a gioco lungo, come vedremo, costituirà uno stigma profetico, ma non come potevamo immaginare all’epoca).

Subito dopo c’è Male di miele, più o meno la risposta perfetta a quanti da una band rock dei Novanta si aspettavano una reazione a Smells Like Teen Spirit, a partire dal riff lancinante per proseguire con strofe malsane – condite da un violino diabolico – che apparecchiano il terreno al ritornello schiacciasassi, mentre il testo digrigna rancore e devastazione sentimentale nel vuoto di una relazione esaurita (memorabile l’incipit: «La sicurezza ha un ventre tenero / Ma è un demonio steso fra di noi»). Tuttavia, la forza del disco sta proprio nel gettare il cuore oltre l’argine del post-grunge, scozzando per cinquantaquattro minuti impeto hardcore, teatralità post-art-punk e ballate al confine del cantautorato.

Riguardo a queste ultime, sia Pelle che Voglio una pelle splendida tradiscono una spiccata attitudine melodica e addirittura melò, ma in entrambi i casi il chiaroscuro delle strofe viene incendiato da chorus laceranti, in una sorta di esasperazione della formula Pixies stemperata col piglio soul malsano Afghan Whigs. Proprio il codice magmatico e contorto della band di Greg Dulli sembrò all’epoca la sponda statunitense di riferimento per Agnelli e soci, in una sorta di gioco delle coppie che vedeva un po’ oziosamente i Marlene Kuntz associati ai Sonic Youth, gli Scisma agli Smashing Pumpkins e via discorrendo. Spesso questo aspetto è stato indicato come la causa della sproporzione tra il successo ottenuto dentro e quello invece ottenuto fuori dai nostri confini da parte di band che ritenevamo in grado di compiere quel famoso grande balzo. Il direttore di un noto mensile – all’epoca pubblicato ancora su carta – scrisse in un editoriale che un amico producer statunitense gli aveva confidato di apprezzare queste rock band italiane, ma che non vedeva come avrebbero potuto sfondare all’estero essendo in sostanza repliche di band USA ampiamente note e altrettanto imitate. Mi sembrò un giudizio ingrato e anche un po’ superficiale, ma non mi restò che prenderne atto con molta amarezza.   

Va sottolineato tuttavia un altro elemento: la scena rock italiana si era data una mossa in (fisiologico) ritardo. I Nineties del rock avevano difatti già sparato le cartucce più importanti, mentre all’orizzonte si stavano apparecchiando scenari drasticamente diversi. In questo senso, gli Afterhours sembrarono farsi carico di una sorta di enciclopedismo crepuscolare, come se nell’incipienza della fine millennio avessero avvertito il dovere/la necessità di sfogliare tutto il catalogo, chiamare a raccolta le forme e le suggestioni: che fosse il barocco cameristico di Come vorrei (infestato da fantasmi sornioni Lady Jane), il folk in immersione acidula di Simbiosi (col geniale chiacchiericcio da talk in sottofondo), l’assalto all’arma bianca hardcore-noise di Dea, il lo-fi distorto fino al grottesco di Senza finestra, la processione tossica di Punto G, il post-punk da automa col cuore nero di Questo pazzo pazzo mondo di tasse («Questa pazza cifra qua / non è mia / La sostanza si vendica / sulla poesia / Poga e paga»), il punk zompettante di Sui giovani d’oggi ci scatarro su (i cui versi fotografano con lucidità spietata l’onda montante radical chic: «Sabato in barca a vela / Lunedì al Leoncavallo») o lo struggimento alcolico – in un bar quasi tomwaitsiano – di Mi trovo nuovo. Il tutto vissuto come fine corsa di un processo che non poteva ignorare il contesto nazionale, ovvero la canzone italianamente intesa, l’ossessione per la melodia come rovello e catarsi, il familismo come sfondo e mezzo di contrasto, una generale ristrettezza di prospettive, cultura e spazi mentali.    

La sensazione – che molto deve all’imbuto del tempo – è di un bruciante “ora o mai più”. In effetti, non si concepisce un album del genere senza un’ambizione tanto legittima quanto disperata, il bisogno di fissare l’istantanea di un’epoca che già stava facendo terra bruciata dietro e davanti a sé. Perciò Hai paura del buio? è considerato – giustamente – l’album più significativo degli Afterhours e uno dei più importanti del rock italiano di sempre, ma per lo stesso motivo suona oggi irrimediabilmente datato, frutto inconfondibile di quei giorni. C’è insomma una considerevole dose di rimpianto nel cocktail di sensazioni che accompagna il riascolto, vuoi per la formidabile impudenza delle (verrebbe da dire: per la fede nelle) chitarre e per il ricorso a schemi sia familiari che insoliti – una strategia che chiaramente fidava nella disponibilità del pubblico a identificarsi ma anche a farsi scuotere e perturbare – e vuoi in generale per la convinzione di un fare rock in grado di potersi assumere il ruolo di fustigatore beffardo e giullare spietato, stella polare nera di una generazione schiacciata tra un futuro mai tanto intriso di possibilità e mai tanto carnefice di prospettive, tra la realizzazione abbacinante di sé e il più algoritmico conformismo.

Proprio così: si può avvertire un forte retrogusto di sconfitta, ascoltando questo disco a distanza di un quarto di secolo. Per più motivi, tra cui quelli che seguono: a chi verrebbe in mente oggi, nel terzo decennio del ventunesimo secolo, di avviare le danze con un «Porco cristo offenditi»? Chi potrebbe anche solo ipotizzare una canzone come Lasciami leccare l‘adrenalina («Forse non è proprio legale sai / Ma sei bella vestita di lividi»), o snocciolare versi come «E ancora mi sento le dita / fondersi nella tua fica», o imbastire siparietti allucinati come Musicista contabile? Tutto ciò – è bene ribadire – in un album che non ha alcuna intenzione di consumare se stesso nel recinto del rock cosiddetto “alternativo”.

Alla band milanese va riconosciuto il merito di aver compreso l’importanza del linguaggio – o meglio del suo sovvertimento – per il rock e in particolare per quel simulacro di rock che era (è) quello italiano. Tanto da un punto di vista formale che contenutistico in Hai paura del buio? è evidente il tentativo di abbozzare i contorni di una controcoscienza in senso marcusiano, svariando con ferocia rapsodica tra forme sonore diverse (ad esempio smentendo il calor bianco del post-grunge nel momento stesso in cui si appresta a diventare consolatorio) e lasciando lievitare la tensione tra nonsense e narrazione grazie a un utilizzo metodico e obliquo del cut-up. D’altro canto bisogna considerare che i parametri dell’epoca prevedevano (ancora) alla voce rock caratteristiche di frattura, di spigolosità e alterità che non solo consentivano, ma spingevano gli autori rock a battere strade scomode, a maneggiare forme e idee destinate a sparigliare la comfort zone dell’ascoltatore. Tutto ciò accadeva in un contesto “indipendente” che pure sapeva di poter contare su una platea articolata, ovvero su un certo pubblico ma anche su un circuito di locali, di negozi, di testate e frequenze radiotelevisive.

Perciò non posso fare a meno di considerare Hai paura del buio? una specie di monumento a ciò che il rock italiano ha avuto la possibilità di essere senza però riuscirci, vuoi perché schiacciato dagli eventi (nel giro di pochissimi anni la liquefazione dei supporti avrebbe cambiato drasticamente lo scenario, nel quale il rock era destinato a giocare un ruolo sempre più marginale e/o retromaniaco) ma anche per l’handicap di partenza, ovvero la scarsa sedimentazione culturale, la difficoltà a considerare il rock forma espressiva suprema non malgrado ma in quanto popular. 

Due anni più tardi con Non è per sempre gli Afterhours ci avrebbero riprovato in maniera anche più convinta, sparando proiettili pop sfacciati come Bianca, Baby fiducia o la title track in mezzo a raffiche rock variamente spiazzanti, dure e visionarie. Ma qualcosa si ruppe dentro, come dimostrò la successiva uscita di Iriondo (pare per divergenze sul percorso artistico della band). Da allora gli Afterhours hanno fatto molte cose, alcune assai buone e altre meno, ma di certo sono stati altro. Non parlerei di declino, anzi, ma la loro maturazione ha coinciso con una strisciante integrazione. Il tentativo di cambiare le cose dall’interno (vedi la partecipazione a Sanremo e gli altri progetti televisivi di cui è stato protagonista Agnelli, sempre in quanto leader degli Afterhours) e dall’esterno (lo spendersi a livello internazionale con l’operazione Ballads for Little Hyenas) ha significato sempre più e soprattutto istituzionalizzarsi, quindi normalizzarsi. Il tempo infine, come sempre, ha fatto la sua parte. 

P.S.    

Nel 2014 è stata pubblicata una riedizione di Hai paura del buio? contenente la bonus track Televisione e un disco aggiuntivo di riletture che hanno visto all’opera numerosi featuring, tra cui John Parish, Mark Lanegan, Damo Suzuki, Samuel dei Subsonica e – incredibile dictu – i Negramaro. Se già l’evidente aura di celebrazione strideva con la natura dell’opera originale, ancora più significativo (ovvero stridente) suonava il lavoro di neutralizzazione messo in atto in occasione di 1.9.9.6. (con Edoardo Bennato che riscrive i primi versi per aggirare la bestemmia) e Lasciami leccare l’adrenalina (di cui Eugenio Finardi disinnesca il sadismo a favore di un masochismo più sfumato e metaforico). Pur non mancando bei momenti – su tutti una languida Senza finestra affidata a Joan As Policewoman – l’operazione va considerata emblematica proprio per come certificava il successo di quel formidabile fallimento, lo sprofondare in un blando conformismo (ormai incapace di riconoscersi come tale), la placida sconfessione delle istanze che resero emozionanti dischi e band di un’epoca tutto sommato memorabile. Stai a vedere che il fatidico «Sei borghese arrenditi» era più una premonizione – o una profezia autoavverante – che un’accusa.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette