Recensioni

6.4

Per quelli che – come chi scrive – hanno vissuto la propria adolescenza negli anni anni ’00, è quasi inevitabile aver incontrato nel proprio percorso di svezzamento musicale le parole “emo”, “goth punk” e, soprattutto, la tanto vituperata “pop punk”. C’è un preciso enoturage di gruppi e gruppetti che ha finito per restare come generazionale e che per tutti noi rappresenta un po’ l’equivalente degli amici del liceo, quelli che ricordi con tanto affetto ma che se ci ripensi ora le mani salgono ai capelli (se ancora ci sono): la cara triade Blink 182, Sum 41, Green Day e infiliamoci anche gli Offspring – ma soprattutto Alkaline Trio, Breaking Benjamin, Fall Out Boy, Billy Talent, Story of the Year, Silverstein, My Chemical Romance (ugh!), A Static Lullaby, Aiden, insomma ci siamo capiti. Quelli che tra post-goth e screamo prendevano una posa che guardava al punk originario patinandolo con una strizzatina d’occhio furbetta e molto fintamente alternative, che si struggeva tra cuoricini e ciuffi, borchie e matite per gli occhi; tutto molto “trasgre” e fondamentalmente molto innocuo, ma ai tempi ti prendeva davvero bene e ti sentivi un vero anarcoide (i Linkin Park li ascoltavano già tutti).

Di tutto questo marasma oggi completamente scomparso o, se redivivo, spaventosamente ammuffito, gli AFI erano il gruppo più figo di tutti. Lo erano perchè potevano vantare degli inizi molto true che ne nobilitavano il pedigree e che a molti dei colleghi sopracitati mancavano del tutto: dal ’95 al ’97 spararono un disco all’anno, per una tetralogia di piccole gemme hardcore tiratissime e squisitamente lo-fi, dei veri capolavori di cui oggi quasi nessuno si ricorda ma che restano validissimi (con Black Sails in the Sunset a rappresentarne l’apice assoluto). Poi arriva The Art of Drowning, più curato e con tante belle influenze horror punk che fanno ciao con la manina ai Misfits (fin dalla cover) e il singolo The Days of the Phoenix che inizia a farli conoscere un po’ di più nel giro. Il salto per raggiungere la compagine di cui stiamo parlando però è pronto: Sing the Sorrow è il vertice assoluto dei quattro (siamo nel 2003), il perfetto compromesso tra la bontà degli inizi e una spendibilità mainstream che ne decreta il grandissimo successo. La sbragata definitiva arriva però già con il successivo Decemberunderground del 2006, bello e valido sì, ma decisamente più sbilanciato verso la patina MTV (così come l’improponibile capello di Havok al tempo).

Da quel momento in poi, un precipitoso e insalvabile declino che porterà all’imbarazzante Crash Love (anche se Medicate resta un signor singolo) e allo scialbo Burials, oltre alla zarrissima esperienza elettronica Blaqk Audio. Insomma, le uniche cose buone dal giro AFI degli ultimi dieci anni abbondanti sono che Puget ha cambiato tinta ai capelli e che Havok ha fortunatamente deciso di smettere di sembrare un fanboy irrecuperabile dei Tokyo Hotel. Le aspettative per questo omonimo ritorno non erano quindi proprio altissime, ma bella lì, sorpresa. The Blood Album è semplicemente il disco che i quattro avrebbero dovuto pubblicare dopo Decemberunderground: diretto e senza troppi fronzoli, con alcuni pezzi davvero buoni e qualche onesto riempitivo che fa il suo senza far gridare allo scandalo. È un disco che sancisce definitivamente la prescindibilità odierna del gruppo (se ce ne fosse stato bisogno), ma ne segna senza dubbio anche una limpida ripresa qualitativa che – per chi li ricorda con affetto – non può fare che piacere riscontrare.

La voce di Havok rimane unica e sembra bella in forma (anche se i poderosi scream dei tempi belli restano un ricordo lontano), Puget estrae dal cilindro diversi riff dei suoi (Hidden Knives), Hunter con i suoi coretti e il buon Carson (un estroso zuzzurellone che per mimica facciale e lancinante espressività ricorda pericolosamente John Dolmayan dei SOAD) alle pelli fanno il loro senza sbavature e il carrozzone riparte allegro e ben oliato. I due singoli Snow Cats e White Offerings, non straordinari ma funzionali, sono strategicamente posizionati nella seconda parte della scaletta per scacciare una leggera noia che altrimenti rischierebbe di palesarsi. I pezzi più morbidi sono pochi ma buoni (Feed from the Floor) e si respira un bel tiro punk rock di certo non troppo attuale ma non abbastanza imbalsamato per non intrattenere a dovere i vecchi fan. A chiudere giunge addirittura un’impronosticabile coda blueseggiante (The Wind That Carries Me Away), e si arriva alla fine tutto sommato soddisfatti da questa aurea mediocritas che visto il recente passato è già una bella vittoria. Forse possono fare i dinosauri con molta più dignità di tanti colleghi.

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