Recensioni

Ha detto che gli piacerebbe sparire come Mina e che questo sarà il suo ultimo album. Di primo acchitto verrebbe facile dire Me Ne Frego, C’est La Vie, insomma ce ne faremo una ragione. Però sappiamo pure che, presto o tardi, il ritorno di Achille Lauro sotto chissà quali altre spoglie, è più telefonato di un tiro in porta dalla propria trequarti. E non si scomodi ancora lo sputtanatissimo parallelo con David Bowie/Ziggy Stardust, ché ormai fa ridere come se non di più di quando il cantautore nostrano scambiava il Festival di Sanremo per il Carnevale di Viareggio.
Interrogarsi sul “fenomeno” Achille Lauro poteva avere senso quando questo glabro e androgino perticone dall’aria tormentata di un Pierrot (la cute pallida del resto ce l’ha; e per la lacrimuccia disegnata sul viso può valere uno dei suoi tanti tatuaggi facciali) irruppe sulle scene; anche se già allora si capì che era un mezzo bluff, un’operazione dal puzzo di marketing, di studio a tavolino di pose e immagini, di finta rivoluzione estetica da salotto borghesuccio.
Ciò non significa che nei dischi di questo cantastorie prestatoci dall’hip-hop manchi del tutto la buona lena di collezionare santini devozionali per farne una galleria comunque allestita con dovizia. Una carnevalata, sì, ma non al livello di cover band/cloni belli e buoni come Måneskin o Greta Van Fleet, tanto per citare un gruppo, quest’ultimo, che ha scelto la stessa data del De Marinis per uscirsene con un nuovo lavoro di inediti.
Anche in LAURO ci sono dei passaggi validi, ma senza esagerare. Se questo ottavo (ma il sesto e settimo, 1990 e 1920, erano di cover) capitolo in studio è stato generalmente salutato come la svolta rock del Nostro, c’è da dire che è così solo in parte. La seconda parte, per la precisione; perché la prima è molto più tranquillona come sa esserlo certo sommesso ai limiti del fatalismo (it-)pop. Ha parvenze più di periferia, se non di provincia; un pop per certi versi “calcuttizzato”, dai sapori agropontini più che capitolini, a far risaltare quelle pose da trentenne underdog sfatto e disincantato che ormai sono di tendenza. Anche se poi il disco si apre con i miasmi metropolitani delle borgate invase da minimarket bangladini suggeriti da Solo Noi, brano intriso di atmosfere 90s albioniche sulle cui increspate cadenze si staglia l’inflessione romanesca e strascicata del Nostro a mo’ di novello Vasco Rossi de Torpigna. Tutt’altra cosa rispetto alle strobo di Latte+, che se ne va per lustrini seguendo le orme di Colapesce e Dimartino sui dancefloor di fine 70s/inizio 80s con tanto di handclapping d’annata e schitarrate funky.
L’autore di Rolls Royce continua a sferzare con la sua gragnola citazionista appuntandosi spillette iconografiche come medaglie sul suo giacchetto sdrucito. Ma è un divertissement. LAURO cambia registro di continuo. Strattona come un tagadà impazzito che a una ballatona da MeToo de noantri come Marilù alterna le arie un pizzico più reazionarie da Festivalbar di Come me, pezzo alitante brezze estive da riviera balneare anni ’80, tra un Luca Carboni che al mare ci andava sulle due ruote perché «aveva comprato anche la moto e fatto il pieno in autostrada» e un Raf «sul treno in galleria verso gli anni rampanti dei miti sorridenti da windsurf».
Non si fa scrupoli di sorta, l’artista veronese di nascita ma romano d’adozione. Nel calderone finisce un po’ di tutto, riletto alla luce di una poetica disillusa e decadente, che vorrebbe empatizzare con quelli che non ce l’hanno fatta. Anche se poi uno che non ce l’ha fatta avrà ben altri pensieri in testa che non partecipare a questa sorta di rito laico e modaiolo che della catarsi non riesce neppure a creare i presupposti. Lauro parla in lingue ma si capisce da solo. Le sue contorsioni sono autoreferenziale esasperazione onanistica. Di scioccante c’è poco, e allora siamo sempre lì, a citare il Blasco come in Femmina, che ricorda così tanto Rewind che a un certo punto ti aspetti che parta l’iconico «lai-la-la-la-la-la-la fammi godere». Un auspicio orgasmico che conduce dritti A Un passo Da Dio, mistica sonora questa sì trascinante. Per il resto, né davanti alle sferragliate punk di Generazione X né di fronte ai cigolii blues con tanto di cori a cappella e battimani da bettola di Barrilete Cosmico, e neppure al cospetto delle martellate hard/blues di Pavone ce la sentiamo di scappellarci. Non sappiamo se tra cinque o dieci anni ci sarà ancora qualcuno interessato a capirlo, questo fenomeno, ma una cosa è certa: se davvero Achille Lauro sparirà lasciandoci solo la musica, non resterà molto.
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