Recensioni

Ci vuole un discreto coraggio, una assoluta supponenza o una totale nonchalance – scegliete voi la soluzione che preferite – nel buttare fuori, in barba alla sovrapproduzione musicale odierna, venticinque-pezzi-venticinque, dichiarandoli per quello che sono, cioè “frammenti dimenticati da un personale archivio di registrazioni notturne, nastri rovinati e session lasciate a metà”, “riff sformati da pedali malfunzionanti”, “canzoni nate da apparecchiature spinte oltre i limiti” e “melodie ingoiate da muri di feedback di cui restano solo fantasmi” – ecco, queste due ultime definizioni ci piacciono decisamente di più: non siamo noi che vogliamo saccheggiare i comunicati stampa ma chi li scrive che ogni tanto si diletta a rubarci il mestiere (e quando ci riesce, chapeau!).
Sono descrizioni di servizio che, in modo probabilmente ironico, ci preparano a maneggiare questo calderone di brani sì inediti ma ripescati da un diario di bordo 2015-2025 fatto di registrazioni provvisorie e presentate così, senza filtro (curioso per una band che filtra qualunque suono fino all’inverosimile). Outtake, se vogliamo usare il gergo tecnico. Scarti, se invece preferiamo pensare male. E nemmeno tutti e venticinque insieme ma suddivisi in quattro edizioni (LP, CD, cassetta, digitale) con scalette diverse: più uno sberleffo che un richiamo a un collezionismo fanatico assolutamente nonsense per una band che è sempre stata paladina oltranzista dell’indie più coriaceo o – se proprio di “pop” vogliamo parlare per via di certe loro indubbie propensioni melodiche (non so quante volte credo di avere mandato in loop la loro deliziosa I Don’t Know How You Do It, dall’album See Through You) – di una idea di “pop” quanto meno deviata – distorta, anzi distortissima come può esserlo il suono di una chitarra processata da uno di quei micidiali device che Oliver Ackermann, chitarrista, cantante e principale mente creativa degli A Place To Bury Strangers, usa e progetta per la sua rinomata Death By Audio.
Queste raccolte scombinate sono in realtà il diario segreto di questi ultimi dieci anni del gruppo di Brooklyn, messe assieme in queste quattro versioni per disegnare percorsi alternativi. Che poi tanto alternativi non sono: quello che ne esce fuori è il ritratto di una band che conosciamo bene, di cui il répechage qui presente estremizza un lato ruvido e oscuro che non si può certo dire inedito, se perfino l’ultimo album di studio, Synthesizer, nella sua bizzarria ingegneristica di rimodulare con i synth il loro suono, non si discostava da quelle nuances naturalmente ossessive e fosche che ne caratterizzano lo stile.
Oggi che possiamo tranquillamente considerarli dei precursori del revival shoegaze per come rivisitavano il sound di My Bloody Valentine, The Jesus and Mary Chain e persino Slowdive (ascoltate The Falling Sun) già sul loro album d’esordio (cosa ci poteva essere poi più di shoegaze – proprio filosoficamente – di un chitarrista-ingegnere del suono che per professione costruisce pedali), possiamo anche ribadire che per fortuna gli A Place To Bury Strangers sono molto più di questo. Con la loro musica hanno sempre guardato anche altrove – noise, post-punk, avant-rock – e con un feeling trasversale.
Tornando a queste tracce “rare e letali” possiamo dire che contengono canzoni che avrebbero potuto stare tranquillamente su qualsiasi album – è una constatazione neutra, poi leggetela come volete – e solo una registrazione lasciata un po’ più grezza le avrebbe potute rivelare per ciò che sono se gli autori non ci avessero tenuto prima a spiegare la loro origine “provvisoria”. Song for a Girl from Macedonia, ricordo di una giovane amica morta in un incidente stradale, ripete uno schema comune nelle canzoni ATBS ma con cui si finisce per sincronizzarsi sempre all’istante: basso quadrangolo e batteria spinti da una meccanica frenetica di precisione e ondate di rumore che si riversano nello spazio da una chitarra che un po’ sembra un propulsore spaziale e un po’ sembra arrivare diretta dallo spazio.
La darkitudine è sempre bella in primo piano, con gli echi di Joy Division flashati in mezzo a un’orgia androide di feedback e distopica disco music di Acid Rain, di arpeggi Cure – accelerati in mezzo alle metronomie meccaniche di Losing Time – e persino Sisters of Mercy (Hatred Grows, in cui a metà entra pure una marcetta à la Smiths). Più defilati ma incisivi i momenti futuristici (On the Wire) o affini all’industrial (Everyone’s the Same), oppure il gusto perverso per la melodia pop che emerge dalle trame strumentali di Heartless. Non si può dire che queste registrazioni contengano eclatanti novità per chi segue e stima la band, ma declassarle a “scarti” sarebbe il più delle volte sarebbe un esercizio critico fin troppo superficiale e presuntuoso.
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