Arcade Fire, foto di Michael Marcelle (2022)

Weekend discografico. In streaming gli album di Extraliscio, Warpaint, Ministri, Arcade Fire, Belle and Sebastian e altri

Nel nostro consueto approfondimento sulle uscite del weekend ci sono attesi ritorni e piacevoli conferme. Ne analizziamo qualcuno dal punto di vista della maturazione stilistica. Come si collocano i nuovi dischi di Arcade Fire, Sharon Van Etten, Soft Cell all'interno delle rispettive discografie?

Sono weekend ricchi di uscite, questi di aprile e maggio, e lo sono da sempre. Anche questa settimana le pubblicazioni che abbiamo raccolto nella sezione weekly sono più di venti e gli album attesi sono più di uno. Iniziamo dagli Arcade Fire, che con WE tornano a un lustro di distanza da un album che aveva scontentato un po’ tutti. Il disco, e lo abbiamo potuto constatare fin dalla condivisione dei primi estratti, live e in studio, è un ritorno al passato anche remoto della band, vedi The Lightning I, II, ma è soprattutto la prova con la quale Win Butler e Co. si confrontano con la propria cifra stilistica. Lasciando l’approfondimento sull’album a Fernando Rennis, che ne ha scritto in sede di recensione, qui è un brano a tornarci utile per dire di quella e del punto in cui si colloca oggi la formazione all’interno del proprio arco creativo, End Of The Empire I-IV.

Scrivere un brano del genere significa esser in grado di stabilire naturali confini tra citazione, messaggio e, appunto, cifra stilistica. La band canadese ha una scrittura riconoscibile e eroi altrettanto manifesti (Bowie, Byrne e ora, scopriamo, pure Peter Gabriel), operano all’interno di un contesto di cui sono consapevoli, muovendosi con intuito, talento e l’avvedutezza di chi fa questo mestiere da vent’anni. End Of The Empire si poggia su un’architettura 70s in cui coesistono diverse anime, uno spazio musical compatibile fatto di riferimenti/affluenti di uno stile riconoscibile, e ciò che più conta, ancora lontano dalla caricatura. C’è lo Young Dude David Bowie e il John Lennon solista, ci sono i Radiohead di Kid A/Amnesiac. Ci sono tutte queste cose giocate su un testo che riporta a un’altra potente fascinazione, quella di Orwell e del suo libro più famoso.

Gli Arcade Fire mostrano di aver le spalle per poter reggere la propria storia e prestarla al servizio di una cosa che può scoccare come no, anche con tutte queste carte in regola: la magia. Proprio come End Of The Empire, WE è un disco ispirato, sincero, ben arrangiato, non completamente prevedibile, ma non è “musica magica”. E’ il risultato di una band che sa mettersi ancora in gioco, tuttora ossessionata dalla lettura del presente, capace di interpretarlo e farci dell’arte credibile, questo sì. Un disco composto da valide canzoni ma non la prova che possa far fare a questa band un ulteriore salto di fama e statura. E, in questo senso, svela una volta per tutte il destino degli Arcade Fire, quello di una band presentata come predestinata alla grandezza – che quella grandezza ha in più di un’occasione sfiorato – ma che mai è riuscita a conquistare davvero.

Con i Belle and Sebastian di A Bit of Previous il discorso da fare è un po’ differente. Il disco che segna il ritorno del settetto è, parafrasando Solventi nella recensione, un lavoro fatto da professionisti della propria cifra stilistica. O se vogliamo ottimi interpreti di se stessi. Gente in grado di maneggiare il proprio brand – soul, pop elettrizzato e sintetico, aromi Sixties e Eighties – surfando sulla propria caricatura con dosi di ancor papabile brio e talento. Niente di stigmatizzabile, questo è certo, sono un gruppo che s’ascolta ancora più che volentieri. Curioso pertanto il recente Tweet di Stuart Murdoch che avvertiva i propri ascoltatori sul fatto che nel nuovo lavoro non avrebbero risentito né SinisterTigermilk o gli Arab Strap, dato che è proprio in questo “passato nel presente” che vive la loro opera da qualche album a questa parte (o forse da sempre).

Un altro disco importante del weekend lo ha pubblicato Sharon Van Etten che, all’interno del taglio che abbiamo dato alla nostra analisi, colloca il suo We’ve Been Going About This All Wrong in un piano paragonabile a WE, ma con una differenza importante. Come i canadesi, anche la songwriter americana ha pensato alle nuove canzoni come a un tutto che va ascoltato in un ordine preciso. E proprio come per gli Arcade Fire, anche per lei si è trattato di recuperare lo spirito degli esordi (Tramp), e in particolare una dimensione «country dello spirito». Country che, peraltro, la pone quest’anno per convergenze parallele con Angel Olsen, recente collaboratrice della Nostra. E genere che s’innesta in un folklore molto più comprensivo, dove rock, batterie elettroniche e un gusto cinematografico per l’arrangiamento si compenetrano in modo organico e compiuto.

La rockettara che lasciava New York di Remind Me Tomorrow ha lasciato il posto a un’autrice classico-contemporanea nel senso più americano della definizione, che punta in alto, ma che, proprio come accadeva in quel disco, non tralascia l’airplay radiofonico (I’ll Try). Ne esce, e rubo le parole a Raugei, un gran bel disco che differentemente da WE gode di un maggiore focus e solidità da un punto di vista dell’impianto. Etten non si arrischia a decodificare il presente, ma fa lo stesso con se stessa e le proprie emozioni, partendo da dentro e spesso finendo per fermarsi in un mondo che ha al centro se stessa. Una scelta di campo che si rivela vincente per la buona riuscita dei brani e la tenuta complessiva.

Parlando di *Happiness Not Included, il ritorno dei Soft Cell recensito da Alessandro Liccardo, il ragionamento che torna utile è invece quello fatto per il disco dei Belle and Sebastian. Il lavoro si regge bene sulle sue gambe, gli episodi interlocutori sono pochi, coerenza, esperienza e consapevolezza dei propri mezzi da parte del duo ne fanno una prova riuscita, ma inevitabilmente per fan. E non sfugge a questa regola neppure Radiate Like This, il disco che segna il ritorno delle Warpaint di cui si è occupato Nino Ciglio.

E che dire dei !!! di Let It Be Blue? Negli ultimi anni la formazione che ruota attorno a Nic Offer si è mantenuta giovane con uno scafato mix a base disco newyorchese carburato a colpi di funk, house, r’n’b, soul e pop, e agitato da un sano bisogno di tirar mattina nel più autentico spirito 90s. Il nuovo disco molla sul lato dell’acid dei rave ecc., non è  troppo differente dai lavori passati, salvo insistere su una semi-inedita vena melodica. Succede in Storm Around The World, ovvero il singolo che ha anticipato il disco. E succede in altri episodi che così acquistano un’aria anche scanzonata (It’s Grey, It’s Gray). E’ la quadra dell’ennesimo spassoso album di un gruppo che inaspettatamente, ad ogni nuova prova, riesce a non farsi mancare varietà, freschezza, divertimento e innegabile savoir-faire. Non sono quattro scappati di casa i !!!, Warp continua a credere in loro per motivi affatto velleitari. Poi possiamo storcere il naso se la formazione apre a suoni latini (Un Puente) oppure se fa la paracula citando i R.E.M. (Man On The Moon). C’è chi rincorre e c’è chi si fa ispirare per metterci del proprio. Nic e i suoi fanno questo, un onesto lavoro che è sempre un piacere ascoltare.

Dalle nostre parti è stata la settimana del ritorno di alcuni volti noti. Si va dall’uscita di singoli prettamente estivi e con tutti i limiti del caso (dallo scadente mix di Edoardo Vianello e Terry Gilliam firmato da M¥SS KETA con FINIMONDO al ritorno della coppia artistica Carl BraveMax Gazzè con Cristo di Rio) ad EP dall’elevatissimo tasso di noia, come Italiano di Sfera Ebbasta. E poi ci sono gli album arrivati all’improvviso, come Romantic Robot degli Extraliscio, che vede in pista il frontman Mirco Mariani alle prese con arrangiamenti orchestrali curati dal maestro Roberto Molinelli, avvalendosi inoltre della collaborazione di Davide Toffolo – che presta la voce ne Il bacio traditore, ma anche autore e co-performer di La gazza chiacchierona – e di Luca Barbarossa, autore e co-performer del singolo È così, già presentato all’ultimo Concertone del Primo Maggio.

Sono tornati a farsi sentire anche i Ministri con Giuramenti, un album che dalle nostre parti non ha convinto, anzi, per usare le parole di Valerio Di Marco che ne ha firmato la stroncatura, si tratta del solito maquillage finto-alternativo che si presta a un ascolto radiofonico e nulla più. Dal lato più sperimentale, invece, una produzione interessante è Sleep Together Folded Like Origami di Francesco Lurgo. Il debutto solista dell’ex FLeUR approfondisce la siderale visione post-rock di matrice elettronica della band di provenienza con un impatto emozionale a cuore aperto, capace di cesellare in brani concreti un sostrato di sensazioni e percezioni astratte. E sono le parole utilizzate da Massimo Onza in sede di recensione.

Per l’elenco completo delle uscite del weekend (ce ne sono molte altre) vi rimandiamo, come sempre, alla nostra sezione weekly. Su Spotify trovate inoltre la nostra playlist settimanale, mentre nella sezione classifiche trovate l’aggiornamento fino ad oggi del meglio del 2022.

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