Recensioni

È sempre lo stesso discorso. Ogni volta ti tolgono un pezzetto del patrimonio estetico e culturale che aveva forgiato il gusto collettivo e lo sostituiscono con qualcosa di peggiore; a ogni giro abbassano l’asticella senza quasi farsene accorgere per abituarti sempre più alla mediocrità, in un progressivo gioco al ribasso dove di volta in volta si finisce immancabilmente col magnificare quanto ci si ritrova in mano, dicendosi sazi con quel poco – sempre meno – che viene gentilmente concesso, sia esso un torsolo di mela, un osso di pollo o un residuo di patata malcotta.
Vale in ogni campo e la musica non è da meno, sicché quanto al rock italiano oggi la descrizione della realtà, con tutto il carico di impegno sociale (diciamo così) e sentimenti, è lasciata sempre più a gente come i Ministri, che saranno pure bravini, per carità, ma insomma – detto francamente – fino a una ventina d’anni fa molti di coloro che si riconoscevano in un certo tipo di immaginario musicale “altro” probabilmente non li avrebbero degnati nemmeno di un ascolto sommario. Beninteso: questo non vuol dire che i Ministri non abbiano avuto successo, anzi forse la formula l’hanno inseguita più di altri, vedi lavori come I Soldi Sono Finiti e Per Un Passato Migliore. Poi però il fenomeno s’è sgonfiato, un po’ come la figura istituzionale espressa nel nome (sarà per questo che hanno fatto… Giuramenti?): di lotta quando c’è da prendere voti, di governo una volta che si piazzano sulla poltrona. C’è però un problema: Davide Autelitano e soci, secondo la percezione comune che si ha di loro, sono ancora nella fase della lotta, mica in quella di governo: quindi figurarsi quando gli assegneranno un dicastero. Lotta poi per modo di dire, perché nel loro caso è uno scontro lasco, effimero, più in ragione dell’apparenza che della sostanza e diremmo addirittura modaiolo, in linea con l’odierna generale pochezza e sostenuto da argomentazioni di cabotaggio di gran lunga inferiore a quella che sarebbe una media accettabile. Quale? Quella, ad esempio, rappresentata da un Brondi, del quale peraltro il chitarrista dei Ministri, Federico Dragogna, ha prodotto Costellazioni (anche se ci sarebbe da dire che pure Poggipollini suona con Ligabue ma questo non fa di Ligabue un grande cantautore). O magari quella rappresentata dagli Zen Circus, giusto per non andare troppo indietro nel tempo. Mettiamola così: i Ministri stanno ad Appino e soci come Enrico Letta sta a Berlinguer. Vi piace?
Lasciando da parte i fin troppo ovvi paragoni con la politica dettati dal nome, il settimo album del trio milanese è l’ennesimo vorrei ma non posso di una carriera la cui cifra è sempre stata all’insegna di un pop-rock chitarristico dagli accenti alternative figlio, o per meglio dire conseguente, di quello degli anni ’90, ma fondamentalmente d’acchitto radiofonico, pulito, carino, però asettico, insulso. Come dire, si parte ammiccando all’hardcore e al post-grunge, si passa per il neocantautorato di inizio secolo e si giunge ai Negramaro, finendo per suonare artefatti e insinceri.
Con riferimento all’opera qui in esame, sorniona suona ad esempio l’opening track e singolo di lancio Scatolette, col suo inerpicarsi su sentieri post-rock a mezzo di un wall-of-sound quasi mokadelic-iano che srotola tappeti di benvenuto a tematiche d’attualità fin troppo ovvie come la pandemia e le annesse ricadute sul comparto cultura e spettacoli («Chiudono le biblioteche / Chiudono le discoteche», a cui poi si aggiunge un bel «Si rompe anche il megafono del prete», tanto per dare quel tocco di anticlericalismo che non guasta mai), senza farsi mancare la vis “polemica” dalla profumazione kenloach-iana sulle condizioni dei lavoratori della logistica (si guardi il videoclip d’accompagnamento). Tutto molto bello, direbbe Pizzul, ma adesso… hanno il problema di girarsi.
I Ministri, oggi come in larga parte anche ieri, giocano spalle alla porta e a segno non vanno mai, peccando di quella concretezza che caratterizza i grandi bomber, tanto che tutti e nove i colpi di Giuramenti gli restano in canna e nessuno si tramuta in gol. Non lo fa Documentari, uptempo pop/punk dal sapore skate–surf californiano, così come Vipere, ballad affatto letale, Arcipelaghi, esotismo 80s sospeso tra Battisti e Ron, o Numeri, che in apertura rivanga i Cure ma nel prosieguo finisce per scimmiottare certi numeri – appunto – del Circo Zen periodo Nati Per Subire. Ecco, ai Ministri, oltre a tutto il resto, manca quell’irresistibile afflato da busker sfigati, da outsider, da underdog antisistema, da intellettuali pasoliniani. Loro che si vestono da Napoleone e appaiono solo nominalmente alfieri di quella rivoluzione che servirà unicamente a stabilire (se non l’ha già fatto) un nuovo ordine reazionario.
Se per voi è questa la nuova frontiera della musica impegnata, allora – citando sempre gli Zen Circus e senza offesa per nessuno – Andate Tutti Affanculo.
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