Recensioni

6.7

Sembrava che stavolta la parola “fine” fosse definitiva. L’ultimo saluto, quello alla O2 Arena davanti a una folla oceanica scatenata sulle note di Sex Dwarf e con le lacrime agli occhi a cantare a squarciagola Say Hello, Wave Goodbye, è stato ben sigillato da un cofanetto (Keychains and Snowstorms), un paio di inediti piacevoli ma periferici (Northern Lights e Guilty) e l’inizio di una campagna di ristampe deluxe – al momento solo quella di Cruelty Without Beauty ha visto la luce, le altre sono state comunque promesse entro la fine dell’anno in corso. E invece nemmeno stavolta Marc Almond e David Ball sono riusciti a staccare il cordone ombelicale con la “cellula morbida” che nei primi anni Ottanta li ha resi pionieri del synth-pop britannico insieme ad altre realtà di prestigio come gli Human League e gli ex compagni di scuderia Some Bizzare Depeche Mode (traslocati subito alla Mute di Daniel Miller dopo l’esordio in una compilation curata dal dj e discografico ex-enfant prodige Stevo Pearce).

Le pause sono state spesso lunghissime, durante le quali Almond ha pubblicato numerosi lavori solisti e in collaborazione con altri artisti, come John Harle, Michael Cashmore e Jools Holland, e Ball si è concentrato su una carriera di musicista e produttore in proprio (The Grid il suo progetto più importante) e per conto terzi; entrambi hanno pubblicato le proprie memorie, Marc oltre vent’anni fa (Tainted Life, pubblicato da Arcana come Una vita corrotta) e Dave più recentemente (Electronic Boy). Nel 1991 una prima reunion diede come risultato una raccolta di singoli rimaneggiati e tre canzoni finite nel romanticismo hi-tech di Tenement Symphony del solo Almond, in parte prodotto da Trevor Horn – il genio fondatore della ZTT, l’anello di congiunzione tra le follie di Phil Spector e l’estro di Nigel Godrich, fino a quel momento forte di un curriculum senza macchia. Undici anni dopo ci fu un album nuovo di zecca, che per quanto sia riuscito a riportarli nella Top 40 in patria grazie al singolo The Night, ha ribadito quanto la scelta compiuta nel 1981 (quando al brano di Frankie Valli ripescato per l’occasione preferirono la cover di quell’oscura canzone northern soul cantata da Gloria Jones intitolata Tainted Love) fosse in quel momento la migliore possibile.

Promesso già per l’inizio di febbraio, ma slittato di tre mesi per il piacevole imprevisto di una collaborazione last minute con i Pet Shop Boys (che si conobbero proprio nell’anno in cui Non Stop Erotic Cabaret arrivava sugli scaffali dei negozi e la cui serie lunghissima di successi ebbe inizio dopo il primo scioglimento dei Soft Cell) in Purple Zone, brano che però resta intatto nella prima versione all’interno della prima tiratura in vinile, *Happiness Not Included è già un proclama fin dal titolo. Marc Almond, a dire il vero, avrebbe voluto battezzare il nuovo lavoro Future Nostalgia ma Dua Lipa e il suo management sono arrivati prima di lui; ad ogni modo il trait d’union, il filo narrativo che fa stare insieme i nuovi pezzi, è proprio la delusione dei due musicisti oggi ultrasessantenni, che rimpiangono di quando immaginavano un futuro che non è il presente che si ritrovano davanti agli occhi. Nulla di tremendamente inedito – già Cruelty Without Beauty manifestava una certa preoccupazione per i tempi più bui che si prefiguravano all’inizio del nuovo millennio e su quella monoculture fatta di persone vestite tutte uguali, schiave del telefono cellulare e dei rituali in fast food e centri commerciali anch’essi uno uguale all’altro – ma stavolta in mezzo si è messa anche una pandemia, tra città deserte con le saracinesche chiuse dei negozi e un senso costante di impotenza e sconforto. Ci siamo chiusi in casa, siamo stati felici nella nostra bolla dei social network («sterilised and neutralised / living in our bubbles», da Happy Happy Happy) ma paralizzati dalla paura e dalla solitudine (Purple Zone, il cui video pur riesce a ripristinare il sarcasmo degli esordi). Per forza di cose anche i Soft Cell hanno dovuto fare di necessità virtù lavorando separatamente, con Almond che si è ritrovato a trasformare in qualche caso soundscape e brani strumentali già pronti e realizzati da Ball insieme ai suoi fidi collaboratori degli ultimi tempi (il pianista Jon Savage e Riccardo Mulhall, con lui nel progetto Nitewreackage).

Chi conosce bene i Soft Cell si accorgerà subito dei richiami ai fasti della prima formidabile fase della loro carriera: Polaroid è un racconto dal retrogusto amaro dell’incontro con Andy Warhol avvenuto negli States nel 1981, con namedropping d’ordinanza (da Joe D’Alessandro a Candy Darling) delle icone della sua Factory e una base quanto mai vicina ad A Man Could Get Lost, b-side del seminale debutto su 45 giri Memorabilia; la metrica frenetica della title-track rimanda subito a Heat e The Art of Falling Apart, mentre la cullante e sofisticata melodia di Light Sleepers, impreziosita dagli inserti di sassofono di Gary Barnacle, è una Torch quarant’anni dopo (ma la drum machine è quella di Over the Hillside dei Blue Nile, e torna alla mente la doppietta di singoli del 1981 degli Orchestral Manoeuvres in the Dark dedicata a Giovanna d’Arco). Come già in Cruelty Without Beauty, anche qui ci sono momenti in cui i testi si attorcigliano in rime stravaganti e non proprio riuscitissime («anecdotal / waste disposal / Chernobyl» in Heart Like Chernobyl) e la musica imbocca la pericolosa strada del camp gotico, del circo come se lo organizzasse Tim Burton, della festa di Halloween con provocazioni gender-fluid (in Nighthawks c’è un recitato della drag performance artist americana Christeene, oltre alla voce di Dave Ball che scandisce il titolo della canzone).

Eppure le tinte non sono sempre così fosche. Oltre alla collaborazione con Neil Tennant e Chris Lowe, che confezionano una base che riporta ad A Red Letter Day e alla loro fortunata cover di Always on My Mind, anche Nostalgia Machine può far tornare utili le scarpe da ballo – siamo a cavallo tra il Moroder anni 70 e certa eurodance anni Novanta (d’altronde, se possono farlo Dua Lipa e Years and Years, perché loro no?). Marc ci ricorda che non è un «friend of God» ma il tutto ricorda certi episodi un po’ fiacchi dei colleghi-rivali di Basildon dopo l’abbandono di Alan Wilder. Il brano di chiusura New Eden, invece, rapisce con i suoi tappeti di synth e gli arpeggi ipnotici di pianoforte, a metà strada tra il più classico Vangelis e gli Erasure di I Bet You’re Mad At Me. Alta scuola, se solo il pezzo (come altri del carnet) non andasse un po’ troppo per le lunghe.

La produzione è più a fuoco rispetto al predecessore, per quanto miri a raggiungere una fanbase consolidata anziché un pubblico nuovo di zecca. Eppure, con i suoi pregi e i suoi difetti, con i suoi lampi di genuina ispirazione e i suoi (pochi) episodi wtf, *Happiness Not Included riesce a non vivere solo di luce riflessa ma fa tesoro delle esperienze dei due componenti dei Soft Cell al di fuori dell’insegna storica, amalgamandole con una mirabile coerenza stilistica e narrativa.

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