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7.4

Parlerà anche di cose che vanno male ed eventuali errori, Sharon Van Etten, in We’ve Been Going About This All Wrong, ma di sicuro non ci si può sbagliare affermando che ha realizzato un gran bel disco. Un disco annunciato in maniera atipica per i tempi correnti, senza alcun singolo a fare da anticipazione o traino, anche perché tutti i suoi dieci brani in scaletta lo spingono lontano, uno dietro all’altro – sì, i singoli pubblicati negli scorsi mesi, l’auto-motivazionale Porta e il più riflessivo Used To It, non sono stati infatti inclusi in scaletta, quasi come se l’ispirazione fosse tale e talmente naturale da permettersi di disseminare pezzi qui e là, a proprio piacimento. Approccio comunque davvero interessante, in un momento in cui tanti musicisti provano a immaginarsi nuove vie di veicolazione, nel formato o nella disgregazione di esso: «Volevo affrontare questa pubblicazione in modo diverso, per coinvolgere i miei fan in modo intenzionale, nel tentativo di presentare l’album come un intero corpo di lavoro. Queste dieci canzoni sono progettate per essere ascoltate in ordine, contemporaneamente, in modo che possa essere raccontata una storia molto più ampia di speranza, perdita, desiderio e resilienza».

Van Etten fa tutto benissimo: canta, suona chitarra, synth, Wurlitzer, tastiere, piano, drum machine e altro ancora (accompagnata però dai fedelissimi Charley Damski a ulteriori synth e chitarre, Devon Hoff al basso e Jorge Balbi alla batteria), oltre ad aver registrato il disco – il sesto in carriera e il quarto per Jagjaguwar che l’ha lanciata ad alti livelli esattamente un decennio fa con Tramp – nel suo nuovo studio casalingo, in California, e a essersi occupata della relativa produzione assieme a Daniel Knowles. Con un magnetismo scenico confermato persino su piccolo schermo (ricordiamo: tra gli attori del magnifico The OA, nei panni peraltro di una cantante, e tra i musicisti di cameo nell’epocale Twin Peaks: The Return, sul palco del Bang Bang Bar con Tarifa), Van Etten non si può etichettare semplicemente come indie folk o indie rock. Semmai, da anni, è uno dei nomi più rilevanti del songwriting internazionale, proprio come quella Angel Olsen con cui ha duettato lo scorso anno nella classicissima Like I Used To e con la quale, con l’aggiunta di Julien Baker, sarà in tour estivo negli Stati Uniti: “cuori selvaggi” on the road.

A tre anni di distanza dal più vario e ricco Remind Me Tomorrow, che ne ampliava i registri sonori in chiave anche elettronica e più orecchiabile rispetto a Tramp e Are We There, di pari passo persino quelli lirici inglobando il tormento in uno sfaccettato spettro di stati d’animo, We’ve Been Going About This All Wrong non torna indietro, anzi: aggiunge a questo desiderio di maggior complessità negli arrangiamenti un’immediatezza per paradosso spavalda, nonostante la costruzione alquanto personale delle canzoni. Non che Van Etten sia diventata improvvisamente un’ottimista di tutto punto. Continua difatti a interrogarsi su vulnerabilità assortite, chiedendosi: come proteggiamo le cose per noi più preziose dalle forze distruttive al di fuori del nostro controllo?, come possiamo salvare qualcosa di utile quando sembra che tutto sia perduto?, e se non possiamo o non lo facciamo nel frattempo abbiamo amato quanto abbiamo potuto?, eccetera, eccetera. L’impegno delle relazioni, la maternità (vissuta come genitore e come figlia), i fantasmi del passato, quello che ci aspetta là fuori, la violenza e le discriminazioni, l’epidemia e l’isolamento. Tutti i dubbi del caso, questa incertezza nel gestire la fine del mondo, individuale o universale che sia, sono sparati in faccia all’ascoltatore con una forza, in primis vocale, contagiosa e catartica. Van Etten va avanti e quindi se ne va, in un andirivieni continuo fra una “casa” e l’altra, in una crescita che è inevitabilmente anche perdita, rappresentata dalla splendida immagine di copertina (lo scatto è di Michael Schmellin), quasi sulla linea della dimensione di fantasia Boo’ya Moon della kinghiana La storia di Lisey in versione Larraín.

We’ve Been Going About This All Wrong dirama attorno a sé tante possibili strade, da intraprendere, mettersi alle spalle, smarrire più o meno volontariamente, ritrovare. Van Etten fa tutto benissimo già dall’iniziale Darkness Fades (a prestare titolo anche al prossimo tour in solo), che parte con voce comunicativa su pochi accordi acustici ed esplode subito, dopo nemmeno un centinaio di secondi, in una calda, malinconica alba retrofuturista di colori in crescendo. Quei colori che scandiscono il battito in una Home To Me – dedicata al figlio cinquenne – con inquietudini in scia Cat Power e linee digitali da un altro futuro, proiettano l’ombra delle Throwing Muses e degli anni 80 sulla radiofonia spinta di I’ll Try, lanciano la tradizione americana di una Neko Case a squagliarsi verso un sole apertamente pop in Anything, inviano gli archi verso il cielo nella ballatona introspettiva Born, sfoderano via via enfasi al massimo in Come Back – «Moments of fire can turn the car on back home» – e sfumano dolcemente nella chiusura di Far Away.

È la padrona di casa in stato di grazia, capace di convincere anche quanti non l’avessero magari mai particolarmente esaltata, semplicemente anthemica nel ritornello della robusta Headspace («Baby, don’t turn your back to me»), ipnotizzante nello storytelling filosofico e barocco fra i cinguetti di volatili in sottofondo di Darkish («Where will we be when our world is done?»), super leggera nel soft missile da heavy rotation Mistakes. Dicevamo in principio che We’ve Been Going About This All Wrong è da fruire come un corpo unico, predisponendo dunque una certa attenzione, ma i potenziali singoli, da Mistakes per l’appunto in giù, abbondano. In tutta questa emotività piace la sottile ironia irradiata dal contrasto fra Darkness Fades e Darkish, in un disco che valica spesso il passaggio tra la notte e i raggi del sole. «I want to touch you in the dark», da Headspace. In Darkish, Van Etten ci consola ricordandoci che non abbiamo a che fare con il buio, soltanto con l’oscurità. Lei intanto accende la luce.

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