beach house
Beach House, foto di Shawn Brackbill (2018)

Weekend discografico. In streaming gli album di Beach House, Pan American, Metronomy, Elisa altri

Una bolla degli incantesimi chiamata “Once Twice Melody”, un grande ritorno per Pan American, alle radici di un'americanità profonda. Colin Stetson come non lo avete mai sentito e ancora la classe di Eric Chenaux, l'house introspettiva di L I M. Questo e molto altro nell'editoriale del weekend

Due settimane fa l’ottimo ritorno dei Black Country, New Road, la scorsa quello dei Big Thief, questa settimana i Beach House. Una possibile triade di dischi dell’anno l’abbiamo già bell’e inquadrata e di fatti così si presenta il podio di questo primissimo scorcio del 2022.

A differenza degli altri due lavori prodotti da band, che hanno ancora un radioso futuro davanti (tenuta dell’organico permettendo), quello della coppia artistica statunitense ha tutt’altro sapore. Questo, che pare il loro disco definitivo, sembra anche quello di commiato. La sensazione è un po’ quella di quando uscì A Moon Shaped Pool dei Radiohead, con la differenza che lì la band di Yorke e Greenwood chiudeva una serie di cerchi con il passato (leggi brani a lungo testati dal vivo) e da queste parti a venir scritto è invece il classico messaggio da inserire nella bottiglia. Per dirla con le suggestioni messe in campo da Solventi, Once Twice Melody è un cocktail amniotico, un caleidoscopio di miraggi solidificati, un museo di sogni. Probabilmente questo non è neppure il miglior disco dei Beach House ma senz’altro quello con il quale la band dovrà fare i conti da qui in avanti. Anche perché, a parte la gufata del sottoscritto, nessuno ha parlato di scioglimento.

Altro bel disco pubblicato nel weekend è quello di Mark Nelson con lo storico alias Pan American. The Patience Fader continua lungo la via tracciata dal classicismo guitar-driven del precedente A Son e ci consegna quello che Antonello Comunale descrive come il suo migliore dall’epoca dei primi due album, quando le soluzioni sonore risentivano ancora della risacca post-rock e minimal dub dei tardi Novanta. Parliamo in questo caso di un disco che nasce dal lockdown del 2020 e che suona come «Duane Eddy playing Erik Satie», parole di Brian Eno che una lungimirante press rivanga da un ormai un lontano passato, altezza Labradford per capirci. Niente di più adatto a definite un lavoro minimal country scritto per lap steel guitar e armonica. Altrettanto minimale quanto ammaliante è Slowly Paradise di Eric Chenaux. Un cantautorato particolare il suo, un mix di soft jazz e sospensioni dreamy, arricchito da un meditato uso di pedali e drum-machine; e una vocalità che scivola tra la delicatezza di un Marvin Gaye, le ricercatezze di Micah Gaugh e qualche inflessione à la Antony (recensione di Massimo Onza).

Rimanendo sullo strumentale ma cambiando totalmente genere, è un piacere ascoltare cosa Colin Stetson abbia immaginato per la colonna sonora del nuovo adattamento di Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre in originale). È un thriller horror in piena regola, quello che si fa strada nei condotti uditivi, tra improvvisi squarci cyber-death-folk e sinistre aperture para-orchestrali. Musica dai nostri peggiori incubi che s’ascolta anche senza l’accompagnamento delle immagini della pellicola. Anzi, che le incorpora egregiamente. Ideale antidoto all’angoscioso ascolto, Small World, l’album dei Metronomy recensito da Marco Boscolo. Un disco, anche lui, figlio del lockdown ma che nello specifico ha fatto tornare bambino il frontman. Buon umore, malinconia e nostalgia sono le carte mescolate nel mazzo, ma non manca neppure quell’ironia per la quale la formazione indie pop è nota fin dai tempi di English Riviera, tanto che potremmo dire che se cambiano le premesse, non vuol dire che cambi anche il sogno dietro a quel disco che qui continua a prolungarsi.

Se il disco della band di Joseph Mount può dirsi riuscito, altrettanto non possiamo dire di quello dei White Lies, As I Try Not To Fall Apart, che a volergli male potremmo descrivere come il lavoro dei Franz Ferdinand che si son messi in testa di fare un disco à la Muse. Fuor di provocazioni, si tratta di una nuova collaborazione con Ed Buller per la band, in cui si strizza l’occhio agli anni Ottanta ma non più solo ai Joy Division e ai Cure, scrive Alessandro Liccardo (recensione in arrivo). Quando le performance vocali di Harry McVeigh si adagiano su strutture a volte al limite del prog e a linee di basso funk, si respira pure aria di Simple Minds altezza Sparkle in the Rain. Non ultimo, e prevedibilmente, i testi sono claustrofobici ma, al momento giusto, punzecchiano: vedi I Don’t Want to Go to Mars che prende di mira Elon Musk.

Calandoci giù con la fune nelle musiche più psicotiche del weekend, abbiamo Enemy of Love dei The Body con OAA, e Killers Like Us, terzo passo della trilogia dei Buñuel. Si tratta dell’ennesima dimostrazione della vitalità delle rispettive formazioni. La prima è fautrice di un album stracolmo di scura malevolenza postindustriale e affogato in una produzione claustrofobica, la seconda invece riporta in auge il rumore con le spie al rosso e il blues livido e soffocato di etichette come Touch’n’Go e AmRep. E le recensioni a cui vi rimandiamo sono quelle di Massimo Onza e Stefano Pifferi.

Tornando sull’indie, il fine settimana segna anche il ritorno della formazione indie pop svedese guidata da Adam Olenius, i Shout Out Louds, un piccolo culto che resiste. Il loro House esce a cinque anni di distanza da Ease My Mind. Riallacciandoci al lato oscuro, Alice Glass pubblica poi l’atteso album di debutto, Prey//IV, tra consapevolezza e belligerante emo pop. Parola d’ordine: “Crystal Castles was. ALICE GLASS is”.

Dall’Italia, GLOWING è il primo album di L I M, tra introspezione e house, e Ritorno al futuro / Back to the future è l’album di Elisa che contiene anche il brano arrivato secondo alla 72esima edizione di Sanremo, O forse sei tu.

Per l’elenco completo delle uscite del weekend vi rimandiamo alla sezione weekly.

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