Recensioni

Non c’è niente da fare, oramai il disco del lockdown è praticamente un genere a sé, cui nemmeno i Metronomy di Joseph Mount si sono sottratti. Per fortuna, c’è l’ironia tipica della band inglese, che sceglie come singolo It’s good to be back (anche se il testo poi non centra direttamente con la pandemia) e improntano tutto sui toni caldi di un confort food da consumare senza troppo rischio per la propria salute. Il quadro è quello di un mondo comunque fattosi più piccolo per i meno frequenti viaggi, per la limitazioni vissute che spingono a concentrarsi sulle piccole cose che ci fanno stare bene.
Ecco allora tutto il disco partire dai ricordi di bambino, quando nei lunghi viaggi in auto con la famiglia, trovavi almeno un brano allegro e salvagente dentro a dischi che altrimenti ti annoiavano. Qui il brano è proprio il singolone, che si muove su ritmi ballabilissimi sorretti da synth analogici d’antan. Ma il resto del programma è invece dolceamaro, basato soprattutto sulla chitarra e il pianoforte, e ispirato da quello che una volta avremmo chiamato alt-pop o giù di lì: Hold me tonight sa di Cure e Belle and Sebastian, Right on time fa tornare alla mente quella gran band dei Cardigans e I lost my mind si intrufolerà nelle playlist come fece ’74-’75 dei The Connells o un certo brano dei Crash Test Dummies. Altrove (Things will be fine) c’è un po’ di Postcard-sound e per la ballatona dai toni (apparentemente) impegnati che fa tanto 90s (I’ve seen enough).
Quello del settimo disco dei Metronomy è un piccolo mondo di certezze del passato mixate insieme per farci sentire bene sbrodolandoci addosso tutta la sua giocosa nostalgia. È piccolo anche in termini di dimensioni: nove brani rispetto ai diciassette del precedente Metronomy Forever, uscito nel 2019 in un altro mondo che sembra anche un’altra epoca. Che cambino le premesse, però, non vuol dire che cambi anche il sogno dell’English Riviera che qui continua a prolungarsi.
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