Il titolo di uno dei dischi da cui mi sono più lasciata abbracciare quest’anno – No Time for Poetry – dice che questo non è il tempo per la poesia. Ed è a malapena il tempo per la guerra. Quel verso mi fa sempre storcere il naso anche se capisco esattamente cosa intendono i Saxophones. C’è sempre tempo per la poesia. Ed è proprio questo il momento dei versi, è proprio questo il momento di leggere a voce alta sonetti e commuoversi o ridere di fronte alla piccole asimmetrie della vita. È il tempo della poesia quando fuori tutto muore. Perché è la poesia che continua a donarci la capacità di immaginare il mondo, ancor di più quando viviamo in una società dalle priorità distorte.
No Time For Poetry può essere letto anche come una presa di posizione contro l’apatia, contro ciò che accade quando ci permettiamo di diventare insensibili alla crudeltà che ci circonda. È un avvertimento, che riflette sulle tragedie moderne, esattamente come ogni artista e cantautore dovrebbe, o almeno presumibilmente vorrebbe. Pochi daranno una lettura approfondita del mondo, che non è né eccessivamente ovvia né stranamente incomprensibile ma il disco dei Saxophones centra questo equilibrio. Il titolo, cruciale, avverte che effettivamente esistono questioni più urgenti da affrontare rispetto a scelte liriche fiorite o impressionanti fioriture strumentali. Ciò che conta ora è il messaggio, che sia di ansia o di fede, trasmesso con chiarezza, urgenza e onestà. Ma possiamo davvero farne a meno?
A giudicare dai dischi che ho scelto come riassunto sonoro del 2025 direi di no: c’è poesia nello sprechgesang di Alabaster de Plume, nei mantra che si sposano al gorgheggio del sassofono, lasciando all’intrinseco scricchiolio della sua voce una forza multidimensionale in un disco circolare e solenne. C’è poesia nella provocazione incorporea del debutto sorprendente di Eliana Glass, un disco caratterizzato da emozioni confuse e da una narrazione sfuggente, esaltata dalla voce bassa di Glass e dal jazz caldo e gentile di una strumentazione onirica. C’è poesia, freddo e terra, nel ritorno magico di Massimo Silverio che in Surtùm trasforma la sua pena in salmodia, tra violini e archi in tumulto: un disco che amplia la geografia emotiva e identitaria del suo mondo sonoro, rendendola più intensa e profonda. Dove l’arte e la natura si incontrano e si recitano poesie, la materia vive e trascende. Ritorni ed esordi miracolosi.
E c’è poesia anche nel rap di Sage Elsesser aka Navy Blue, rapper, producer, visual artist e modello americano. Il suo ultimo lavoro, The Sword & The Soaring, fra hip-hop astratto e rap jazzato, spazia da temi come il cristianesimo e la spiritualità, alla salute mentale e alla Palestina, con un approccio alla scrittura e alle performance che sorprende per maturità compositiva ed equilibrio contemplativo: frammenti di piano, campionamenti di archi e solitari fiati, il tutto interconnesso a una scrittura densa e ipnotica, dal taglio vocale quasi spettrale.
Ho pensato spesso, rileggendo la lista dei miei dischi preferiti del 2025, quanto la poesia rivelasse il potere dell’ignoto. Ma l’ignoto è solo un vuoto insignificante se non è oggetto di desiderio. La poesia è un termine medio, che maschera il noto nell’ignoto: è l’ignoto dipinto con colori accecanti, a immagine di un sole. Lo stesso sole citato nel poema-canzone di un giovane americano, Cameron Winter, I need somebody sent down from the sun/ That talks to me how you used to. La distanza emotiva e il tempo che ci vogliono per comprendere e provare veramente l’amore. Va detta una cosa molto importante: è raro che un talento per la poesia come quello di Winter si unisca anche a un tale talento musicale. Onestamente, una combinazione più rara di quanto si possa pensare, e sono assai felice di essere qui, oggi, in questo tempo folle e apatico, per vederla sbocciare.
Sfumando i confini tra onestà e ironia, Cameron Winter, già leader dei Geese, attivi dal 2018, mi appare come un giovane uomo che porta con sé una stanchezza riservata a chi comprende la vita fino in fondo. Libero di inseguire qualsiasi idea gli venga in mente, Winter confeziona un disco d’esordio, Heavy Metal, che cattura la vita un ventitreenne che ha da poco l’età per bere legalmente nella sua Brooklyn, gravato da una voce carica di insoddisfazione – quell’innominabile perdita di scopo che ammanta tutte le tracce del disco e che tutti, almeno una volta, ha sfondato il petto – che si addice meglio a un crooner accasciato su un bar con solo l’esperienza come compagnia.
È quella voce, baritonale, dissidente e capace di un falsetto marmoreo , che ha contribuito in larga misura a rendere i Geese il fascino di New York City. E il loro leader “un cantautore per eccellenza”, dall’approccio vocale sicuramente non ortodosso, lodato da artisti come Nick Cave e da tutta la critica di nicchia che da anni non si entusiasmava, a ragione, per qualcosa di realmente valido. Leggendo i testi di Heavy Metal noto che quando l’istinto dominante nella musica attuale è confessare, quello di Cameron Winter è nascondere. Tale approccio sembra averlo portato a una naturale espansione verso l’impressionismo, verso quel genere di cose che sfugge a una facile articolazione per chi ti circonda, tipo la sospensione dell’incredulità necessaria per essere felici al mondo. Ma quando ho letto il titolo di un articolo che recitava così, “Paul Thomas Anderson ha filmato lo spettacolo solista di Cameron Winter alla Carnegie Hall”, mi è sembrata più una frase che avrei avuto nelle allucinazioni di un sogno post-futuribile che un fatto realmente accaduto. E sono stata felice, perché non c’è niente di meglio che avere un artista straordinario sostenuto da altri artisti straordinari. Qualcosa che ti fa pensare che c’è così tanta speranza, nonostante tutto. E di nuovo, poesia, tantissima.
Winter, che non so se rappresenti l’inizio di un’era post-cantautoriale o meno, intende la composizione alla stregua di Cohen e Dylan e riesce a far convivere una profonda padronanza del linguaggio classico con una (fortissima) parallela intuizione di sovvertirlo e aggiornarlo. Dalle linee melodiche sciolte ma d’impatto e memorabili, ai titoli dei brani – insoliti, urbani, brevi – passando per l’uso di una strumentazione super classica con tagli e cuciture dalla produzione modernissima. Il suo è un debutto solista splendido e senza compromessi, una raccolta peculiare e appassionata di canzoni che mettono in risalto quel tremolante stridore vocale, in gran parte accompagnato dal pianoforte. Di tanto in tanto, capita che un pianista si impossessi del nostro immaginario collettivo, imponendo devozione come se fosse un indovino. Grandi, bislacchi personaggi idiosincratici e senza tempo – Waits, Cohen, Newman giusto per citarne alcuni – che martellano canzoni, cantando a squarciagola senza alcun senso di gravità se non il proprio. Heavy Metal, il mio cuscino dell’anno sebbene la pubblicazione avvenuta sul fine del 2024, è un disco indulgente, ma nel modo in cui scrivere sul proprio diario può essere indulgente, è singolare e crudo, a volte taglia la traiettoria per obliquo, incarnando perfettamente quella sensazione di quieta malinconia: profondamente devastante ma mai del tutto infelice, cattura in musica l’angoscia e l’accettazione finale dell’andare avanti.
Sempre intrappolato in una lotta senza un vincitore dichiarato, in mezzo a sincertità e ironia, Cameron Winter scrive d’amore, solitudine e ambizione come si trovasse dentro un’allucinazione febbrile; ed è esattamente ciò che mancava al cantautorato contemporaneo, lo sguardo di un giovane consapevole, privo di paura, pronto a sopportare il fallimento di un amore, il vuoto dell’apatia. E, proprio in virtù di questo, a ricordarci, cantandolo splendidamente, che Love Takes Miles, l’amore è azione, e non richiede solo anni ma anche chilometri, percorsi verso l’altro. È pazzesco come Winter sembri capirlo così bene a soli ventitré anni.
Heavy Metal gode di quella rara qualità che non hanno molti dischi di essere immediatamente brillante, pur non portando avanti una narrazione. Piuttosto, ci espone a scorci assurdi e colorati: dal fallimento, a Dio, passando per continue camminate, a piedi, in mezzo a bambini, parlando di soldi e d’amore, metafore acute e bizzarri casi di fallimenti creativi. Con i dieci brani del disco, il cantautore di Park Slope, scrive un’altra storia rispetto alle atmosfere di gioia e orrore dei Geese, riuscendo a comporre qualcosa di complesso, intenso e geniale nella tristezza ironica di fondo. Più lo ascolto, più lo leggo, più resto sbalordita dal suo talento grezzo, dalla capacità di trasportarti altrove, scrivendo brani con i quali si può entrare in sintonia a qualsiasi età, mentre ci avviciniamo a cambiamenti e riflettiamo su chi siamo stati. Chi parla di Van Morrison, Daniel Johnston, Bob Dylan, esercita banalmente un apprezzamento a ciò che è palese. Ma non è sufficiente a raccontare l’unione divina fra assurdità e indecifrabile stupore che zampilla dai versi di Heavy Metal. Quel ragazzo in copertina, con le pozze viola sotto gli occhi, non è il prossimo nessuno, è il primo Cameron Winter. E questo è il tempo della poesia.
Album
1. Cameron Winter – Heavy Metal
2. Eliana Glass – E
3. The Saxophones – No time for poetry
4. Geese – Gettig Killed
5. Massimo Silverio – Surtùm
6. Alabaster de Plume – A Blade Because a Blade is Whole
7. Panda Bear – Sinister Gift
8. Moin – Belly Up
9. Duval Timothy – whishful thinking
10. Marshall Allen – New Dawn
11. Swans – Birthing
12. Ichiko Aoba – Luminescent Creatures
13. Sven Wunder – Daybreak
14. Cass McCombs – Interior Live Oak
15. Oneohtrix Point Never – Tranquilizer
16. Navy Blue – The Sword & The Soaring
17. Racing Mount Pleasant – Racing Mount Pleasant
18. John Maus – Later Than You Think
19. Parcels – LOVED
20. El Michels Affair – 24hours Sports