Recensioni

Quando un po’ di tempo fa ho avuto il piacere di fare una chiacchierata con Angus Fairbairn, sono stato piacevolmente sommerso dalla sua sfrontata esuberanza: facilissimo, in questi tempi di maschere e personaggi, male interpretarla per una posa, ma c’è da scommettere che non è così. Il sassofonista e poeta di base a Londra è un essere umano unico nel suo genere, tutt’uno con le proprie parole e il proprio suono.
A Blade Because a Blade Is Whole è il settimo album di Alabaster DePlume e, come sempre, non passa inosservato. Arriva con un vero e proprio manifesto: “A cosa serve?” ci chiede Angus Fairbairn. “A ispirare e facilitare la nostra guarigione indipendente…” Si e ci risponde con la naturalezza che ha abituato chi lo conosce e lo segue da un po’. Un disco che si accompagna a una dichiarazione d’intenti non è certo la norma. Ancora di più se, con uno sguardo superficiale, si legge una frase così da “pagina Facebook dei primi anni ’10”, come “possiamo perdonarci solo quando impariamo a perdonare noi stessi”. Tuttavia, chi conosce Fairbairn, sa che non potrebbe essere altrimenti, e che le sue dichiarazioni di intenti sono prima di tutto pratiche quotidiane.
Ascoltando il nuovo lavoro, i momenti in cui la fazione che guarda a DePlume con scetticismo potrebbero rinvigorire il proprio punto di vista emergono, come quando una Invincibility guidata dalla chitarra acustica richiama il folk e la fase più fiabesca di un certo flower power dei ’60s. È anche l’occasione più unica che rara in cui Fairbairn declina il suo consueto spoken word in qualcosa di simile al canto: declamazioni che spaziano tra il rap, la performance poetry e un beatnik-jazz mischiato coi Faithless. Tuttavia, la voce è, come d’abitudine, presente solo in una parte ridotta dell’album e sempre incorniciata da un impianto strumentale che cattura l’attenzione.
L’episodio conclusivo, That Was My Garden, ne è la dimostrazione: il canto si spegne quasi subito, lasciando spazio a una lunga sezione che evolve da esitante e frammentata a solenne e trionfale. Anche la stessa Invincibility sul finale si apre verso lidi inaspettati, abbandonando il songwriting per perdersi in un vortice di archi dal sapore mediorientale, un riferimento ai soggiorni di Fairbairn in Palestina. Cremisan: Prologue to a Blade, l’EP del 2024, includeva d’altronde due tracce registrate a Betlemme, un dettaglio che si riflette nelle scelte sonore di questo album.
Così, mentre Oh My Actual Days si espande e si contrae, e Salty Road Dogs Victory Anthem filtra il jazz attraverso il dub reggae, viene da pensare che perfino i più scettici potrebbero e dovrebbero essere spiazzati innanzitutto dalla bellezza del suono e delle melodie che Alabaster DePlume disegna (con l’aiuto di Macie Parker che ha curato le sezioni di archi) col suo sassofono tremolante e dolcissimo.
A Blade Because a Blade Is Whole è un disco che, pur volendo superare una certa stramberia del personaggio (e chi scrive non è tra chi lo trova tale), sa conquistare e trovare il proprio senso nelle emozioni più che nelle parole. Alla fine, è questo che la musica dovrebbe fare.
Amazon
