Recensioni

“There’s a bomb in my car!!!”. La dichiarazione che apre Getting Killed, terzo album dei Geese, è urlata a ripetizione da Cameron Winter su un funk febbricitante che implode ed esplode e sembra chiamare in causa un ibrido inusuale fra Alt-J, Thom Yorke e Rolling Stones. Il brano, Trinidad, mette subito in chiaro le coordinate: una schizofrenia controllata, dove strutture imprevedibili poggiano su un’esecuzione tecnicamente impeccabile. È l’introduzione a un disco che, nei restanti 10 brani, documenta la piena maturità della band newyorkese, trovando un punto di sintesi tra le sue influenze e un’identità ormai definita e classificandosi forse tra i dischi dell’anno.
Questo approdo non è casuale, ma il culmine di un percorso di crescita. Se l’esordio Projector (2021) li mostrava come abili allievi del post-punk, con 3D Country (2023) hanno forzato la prima, vera rottura, deviando verso un rock polveroso e sfrontato. Lì l’istrionismo vocale di Winter è diventato un elemento centrale e pienamente contestualizzato successivamente dal suo debutto solista Heavy Metal, che ne ha svelato la profondità espressiva al di là della pura magniloquenza. Getting Killed, prodotto da Kenneth Blume (Kenny Beats), capitalizza questa consapevolezza, usando lo studio non solo per registrare, ma per costruire e de-costruire.
L’architettura sonora deve tanto ai Radiohead del post OK Computer (Husband), quanto ai Seventies più crudi di respiro Sticky Fingers (Long Island City Here I Come); tanto alle trame pastorali in The Velvet Underground & Nico (Cobra) quanto alla riscrittura somatica e assurdista di Captain Beefheart (100 Horses). Il tutto sublimato in un approccio alla frammentazione ritmica e alla stratificazione delle tessiture. La base, come detto, affonda in un certo rock settantiano, ma filtrato e distorto: meno il riff monolitico e più l’energia motorik del krautrock o l’angolarità sbilenca di certo art-rock alla Roxy Music. Su questa intelaiatura si innesta una tendenza al collage vocale e strumentale che ricorda la psichedelia progressiva (in odore Animal Collective?), dove la forma-canzone sembra costantemente sul punto di collassare per poi rigenerarsi in una nuova veste.
L’approccio lirico di Winter è la controparte verbale della schizofrenia sonora dell’album. Come promesso in Husbands, “I’ll repeat what I say/But I’ll never explain/So you don’t have to waste your time“, i testi funzionano come un flusso di coscienza che privilegia l’immagine e la sensazione sulla narrazione lineare. Il disco si apre con la paranoia martellante di Trinidad, dove il mantra “There’s a bomb in my car!!!” si scontra con versi che dipingono un quadro di orrore domestico surreale (“My daughters are dead/My wife’s in the shed/My husband’s burning lead“). Altrove, l’angoscia assume una forma più esistenziale: nella title track, Winter confessa di essere “killed by a pretty good life“, una diagnosi tagliente e piuttosto accurata della vacuità moderna.
Questa tensione tra il politico e il personale esplode in Taxes, forse l’apice del disco, con la sua sfida blasfema: “If you want me to pay my taxes/You’d better come over with a crucifix/You’re gonna have to nail me down“. Le immagini sono sempre potenti e imprevedibili, dall’assurdismo cupo di 100 Horses (“There is only dance music in times of war” ) alla disintegrazione dell’identità in Bow Down (“I was a sailor and now I’m a boat/I was a car and now I’m the road“). I testi, cantati passando dal falsetto al registro baritonale, dal parlato febbrile all’urlo liberatorio, costruiscono un mosaico di ansie, aforismi surreali e rabbia che completa perfettamente il denso quadro dell’opera.
Il risultato è un disco capace di far collidere la fisicità del rock con le sue astrazioni post- e psych, senza che il risultato suoni come un mero esercizio di stile. Un riuscito esperimento di rappresentare una realtà caotica e sovraccarica di stimoli. Getting Killed documenta la maturità di una band capace di creare un proprio, riconoscibile, disordine.
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