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Birthing è un titolo che racconta già la sua storia. Un atto di generazione, ma anche una forma di lacerazione e violenza primordiale. Gli Swans hanno sempre lavorato a partire da una contraddizione di fondo: il desiderio di potenza monolitica e il bisogno di autodistruzione, la bellezza e la brutalità come due facce della stessa medaglia. Su Birthing, questo conflitto raggiunge una forma quasi ascetica.

Michael Gira ha settant’anni, e si sente. Non nella voce, ancora imperiosa, né nel suono, che rimane monumentale, ma nel senso che dà oggi alle sue creazioni. In quel modo di tenere tutto insieme come se non ci fosse più nulla da provare, solo un altro tassello da archiviare. Birthing non vuole convincere. Sta lì, con la calma di chi ha già visto l’inizio e la fine almeno due volte, e ora cammina sul bordo.

Certo, ci sono momenti che ricordano gli Swans che conosciamo: il crescendo monolitico della title track (che, a parere di chi scrive, autocita Helpless Child); le tensioni droniche che si sciolgono lentamente in The Healers. Ma più che apocalisse, qui c’è stasi. È come se il suono, pur nascendo dall’improvvisazione, si fermasse.

Ogni volta che sembra arrivare un’esplosione, Gira trattiene. Ogni climax è un’illusione ottica. Invece di salire, il brano si piega su sé stesso, ritorna all’origine. E allora ti rendi conto che questo non è un disco sul cambiamento. È un disco sul persistere. Su cosa succede quando tutto resta. Quando lo stile diventa status. Da qui la formula del mantra ossessivo e ripetitivo, che dà una calligrafia riconoscibile alla musica degli ultimi dischi.

Eppure, per Gira e soci la ripetizione non è mero loop, ma un dispositivo che riscrive il tempo. Non un tempo lineare, ma un tempo liquido, dove passato, presente e futuro si mescolano in una sospensione inquietante; un’idea che si riflette nel modo in cui Birthing richiama i lunghi esperimenti psichedelici di Ummagumma, ma rovesciandone il registro. Dove i Pink Floyd suonavano espansioni lisergiche, gli Swans suggeriscono il contrario: il disfacimento progressivo del suono in una dissoluzione che diventa forma.

Le due canzoni nate in studio, Red Yellow e The Merge, sono come piccoli (si fa per dire: 6:51 la prima, 15:19 la seconda) intermezzi. Frammenti di un futuro possibile in cui gli Swans sembrano voler sondare orizzonti più sfumati, senza però rinunciare a quel senso di inquietudine che li ha sempre contraddistinti.

Alla fine, non si può dire che Birthing sia un brutto disco. Anzi. È solido, intenso, pensato. Chiude idealmente il ciclo di uscite iniziato con Leaving Meaning (2019) e The Beggar (2023) quando il precedente comprendeva il trittico The Seer (2012), To Be Kind (2014), The Glowing Man (2016). Ma non inquieta, non disorienta. Forse perché Gira non ha più bisogno di spingerti oltre. Ti lascia solo lì, davanti a un muro di suono che sembra eterno. E tu decidi se restare, o voltarti.

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