Recensioni

Nell’irripetibile e inderivabile energia della natura brilla la maestà delle immagini del mondo. Abeti e betulle di notte vanno in frammenti quando le prime scintille dell’alba gelida lambiscono i loro becchi. I diritti dell’arte nascono dove terminano quelli della natura, scrisse una volta il critico Carlo Belli e, nel mondo sonoro di Massimo Silverio, da sempre, la sua arte sembra intrecciarsi allo spazio, dialoga, osserva, ascolta. La natura della Carnia, terra natia dell’artista, è il luogo in cui la materia vive e trascende, là dove l’arte e la natura si incontrano e si recitano poesie, è l’inverno che inizia quando la brina luccica sulla valle mentre la luce ambrata dei pioppi e degli aceri filtra attraverso le foglie che cadono a terra.
Silverio si conferma poeta e cantore con questo secondo disco, Surtùm, a due anni di distanza dal meraviglioso esordio di Hrudja: la peculiarità della sua ispirazione, la sua cultura e il suo stile, da splendido isolato, da passeggiatore silenzioso, da artista senza maestri e senza allievi. Cantare per il musicista di Cercivento è una maniera, la maniera di pregare, l’unico possibile mezzo d’espressione nel suo dialogo con l’altro e l’alto, l’intimo strumento per meglio vivere. Così radiante, nel sabbioso limo delle veloci e fluenti ore che trascorro assieme al suo disco, l’essenza del suono di Silverio gode di un’eccentricità ascetica, di un’intelligenza musicale acuta, i suoi versi sono colmi di tenerezza verso la terra e le creature di Dio: lo commuove la fragilità umana, la tiepida pace di ogni giorno, i pomeriggi docili e il grumo delle voci di un paese antico.
Durante l’ascolto di Surtùm sembra di assistere a una dramma nel dramma spirituale di Silverio, quello di uomo tra gli uomini, connivente: la distruzione del paesaggio in cui vive e continuamente esplora con scrupoloso amore, sperando in una ulteriore quasi impossibile, tragica occasione di salvezza e redenzione. La delicata struttura della natura tutta, del suo vivente tessuto, anche se marginale, anche se nascosto, più informe e friabile. Lunga vita alle erbe, al selvatico, al legno, alla cenere, agli abeti, alla palude del titolo, sembra suggerire la sottotrama dell’album.
I sette brani – quadri, o giorni di una settimana in Carnia – di Surtùm raccontano come si sia passati dal non-luogo di Nijò del primo disco a un luogo fisico ben preciso, una palude, un ambiente umido e minaccioso, luogo di morte e trasformazione ma anche una mollezza acquatica che genera un microsistema di iniziazione e ritualità.
«Mia torbida vita amara cucita in ombra tra cuore e tomba canta con me, canta la torba», Silverio salmodia una pena consumante nell’inquietudine di un turbinio di violini e archi. Surtùm è più un’evoluzione che una trasformazione radicale rispetto al primo lavoro, ma aggiunge sicuramente un notevole peso emotivo a quella che un tempo era una miniatura di uno spazio identitario, alla geografia di un sentimento.
Sono canti comunitari in cui l’ombra del dolore non è lontana ed è qui che la voce di Silverio – sempre più permeata da un’incantevole resistenza – guizza e scivola dentro e fuori dall’unisono armonico, corpo-voce che evoca la vastità della splendida campagna e quel senso di antichità che essa permea. Melodie e accordi abitano la trama del disco come fessure d’ombra, dense e profonde che giocano con lo sventolio dei rami dai balconi. Come in Sorgjâl la cui carica emotiva culmina in un bordone sublime, sostenuto da una salvifica e stratificata ipnosi tra ambient e post-rock. Avenâl prosegue questo intricato paradigma aggiungendo allo scenario sintetizzatori e movimenti stratificati di bellezza adamantina. Surtùm vive così di una sostanza densa e spessa che disegna i contorni di un corpo sonoro – quello di Silverio e dei suoi sodali Manuel Volpe e Nicolas Remondino – con la carezzevole magia di un arcano amore. Ed è così che il disco pare farsi scudo del fragore esterno, dell’immediatezza urbana, della tecnocrazia fagocitante e impositiva, dell’iperdinamica fruizione artistica: si ascolta il canto di Massimo, che qui sembra raggiungere un infogliamento completo di parole e suoni, fino a farsi cima, tronco, ramo. Ed è nella dimensione ancestrale del suono, proprio di una sacralità pagana e contadina, che le canzoni di Surtùm oltrepassando la linea d’ombra di un fossato, colano a precipizio dalle nuvole, accompagnando una notte dolcissima impigliata tra i rami antichi.
La sua destrezza vocale si è concretizzata in ritmi percussivi e riff di chitarra ornamentali che infondono una profondità quasi cavernosa, come accade in Vàre che brilla di un’epicità spiraliforme in grado di intrecciarsi come un’elica mentre la seduzione solenne, quasi trip hop, del canto brucia al suo interno. Prin estrae un senso cinematografico dello spazio che dipinge scenograficamente l’abisso in curve di beatitudine polifonica. Siamo dinanzi a una magistrale fusione di elettronica minimale all’interno di una cornice classica moderna più austera, che riesce a cambiare la forma e le aspettative di entrambi gli stili. Prin, più di tutti gli altri brani, fa risuonare il distillato della disperazione in un mondo già sgretolato, come una specie di magia.
Approfondendo così il rapporto tra vibrazione, coscienza ed esperienza uditiva, Surtùm crea paesaggi sonori che non solo evocano la tradizione primigenia della musica sacra, ma cercano anche di generare un impatto trasformativo sulla percezione e sullo stato emotivo dell’ascoltatore, a metà tra Ulver e Harold Budd. Dell’impalpabile bellezza della musica di Silverio si è scritto e si continuerà a scrivere ancora molto. Ma ciò che mi preme sottolineare in questa storia artistica che si sta sviluppando come un vecchio negativo è il potere officinale della sua musica, figlia di infinite esistenze trascinate nel tempo, di crepacci e terra secca, di un mondo che brucia per purificarsi. «Surtùm è un termine che dal friulano può essere tradotto come palude o come prato acquitrinoso. Nel caso specifico di questo disco Surtùm è inteso e immaginato come un luogo dove si depositano canti e preghiere, nostre o di altri».
Surtùm lascia in ognuno di noi la traccia di qualcosa di ineffabile, di un «oltre» che non ha confini, che continua a parlarci e a rinnovarsi perché invece di rimuovere il dolore, decide di custodirlo, dentro un Grim, un grembo materno: una memoria animata che si fa altare, una sezione trasversale della vita, e del tempo passato, dove una musica costante risuona sulle cose, nell’aria, nelle voci e nei volti degli abitanti, nei campi e negli attrezzi di lavoro, nelle feste da ballo, nelle chiese, in riva al fiume, nelle foglie, nelle montagne e nelle rocce di un paese di temporali e di primule. Spesso avanzare non significa correggere tutto, piuttosto celebrare i frammenti, le linee spezzate, e lasciarle visibili. Come una crosta – hrudja – sul ginocchio, al cicatrizzarsi di una ferita, come pelle nuova. «Mentre l’esistenza oggi pare ristagnare in una frenesia torbida che sa solo di sterilità, una palude è luogo sia di morte che di vita: di transizione, di trasformazione, di rinascita».
La lingua di Surtùm, come lo era quella di Hrudja, è materica, facendosi al contempo scudo e talismano, varcando il confine tra significante e significato sino a inventare una nuova simbologia. Un lessico prezioso che ha fatto propria la fatica quotidiana del lavoro ed è imbevuto di dolore, sforzo e solitudine. Silverio manifesta così la volontà di creare un racconto sonoro attraverso la capacità immaginativa del passato, ricreando un mondo e riadattandolo al proprio sguardo di giovane uomo. Uno sguardo puro, incondizionato, altissimo.
E noi, per quanto scettici in questo mondo tutto sbagliato, non rifuggiamo dalla speranza. Soprattutto quando sul piatto gira questo disco bellissimo.
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