Recensioni

Di questi tempi, mese più mese meno, nel 2017 salutavamo con toni molto positivi l’album Okovi, che ci aveva restituito una Zola Jesus ritrovata e in vena di canzoni d’impatto, capaci di esaltare la sua scrittura e la sua vocalità, dopo le tentazioni pop-dance che avevano fatto storcere il naso a diversi estimatori.
Il tempo passato, ben cinque anni, tra Arkhon e il suo immediato precedessore, è indice di un momento di crisi che l’artista stessa ha raccontato di avere vissuto e superato non senza fatica. Il famigerato blocco dello scrittore, incubo di tanti creativi, ha colpito duro. Soprattutto una come Nika Roza Danilova, abituata a tenere saldo il timone del proprio progetto più che a lasciarsi accompagnare. La soluzione è stata proprio di quella di allentare un po’ la presa e di cercare dei collaboratori esterni che l’aiutassero a sviluppare le sue idee e a uscire dalla situazione di impasse. Li ha trovati nelle persone di Randall Dunn, affermato musicista e produttore dal curriculum sì molto dronante – Sunn O))) e Earth, oltre ai blackster americani Wolves in the Throne Room – ma anche forte in tema di cantautrici – come testimonia il lavoro con Marissa Nadler e Anna von Hausswolff – e di colonne sonore, e Matt Chamberlain, sessionman di lungo corso di cui chi ha la memoria lunga ricorderà il passato da batterista dei Pearl Jam, oltre a una sfilza impressionante di collaborazioni professionali quasi tutte di prestigio (una molto recente anche con Bob Dylan).
Questo sforzo collaborativo, che non è a onor del vero solo frutto delle contingenze ma anche di una serie di riflessioni filosofiche che Zola Jesus ha affidato spesso e volentieri anche ai suoi canali social, ha dato i risultati sperati: ha tolto un po’ di pressione dalle spalle della cantautrice e le ha permesso di vivere in modo più sereno il processo creativo, trovando anche nuovi stimoli. Quello che esce fuori all’ascolto non è tanto uno scarto evidente rispetto alla cifra stilistica più (e meglio) consolidata quanto alcune trasformazioni sottili, velate eppure percettibili. Per esempio, si potrebbe parlare di un’essenzialità che riporta alle atmosfere di Stridulum e Valusia – che è la prima cosa a cui si pensa ascoltando The Fall o Undertow – e allo stesso tempo le dilata in una nuova dimensione matura: Lost, quando sembra riprendere il discorso di Okovi, lo sfuma su toni armoniosamente psichedelici (lo stesso drumming tribale che potrebbe far detonare il pezzo, con un suo tatto particolare lo rende molto più ipnotico che enfatico).
Le variazioni di tono sull’onnipresente canovaccio neodark fatto di drones e atmosfere cupe – che si aprono talvolta in squarci estatici – sono sì una necessità per sfuggire alla monotonia, ma fatta più volte virtù: la cantata su sfondo industrial-syntethico di Efemra, il noise-rock di Sewn (un po’ Young Gods, molto Nine Inch Nails e un pizzico Blackstar di David Bowie) e il background sinfonico delle melodie e degli arrangiamenti di Into the Wild e Dead and Gone, stratagemmi che non sono certo novità per chi conosce il curriculum della cantante russoamericana, riescono nel doppio intento di movimentare la progressione dell’album e mettere in mostra le qualità di una scrittura che si dimostra più che mai solida, sapendo essere ricercata e accattivante il giusto. Non rinunciando, naturalmente, alla melodia epica e ciclica con cui la Nostra aveva più volte catturato i suoi ammiratori (la conclusiva Do That Anymore).
Dove l’album però piazza il vero acuto – in tutti i sensi, viste le note alte che tocca l’ugola di Nicole/Nika – è nella torch song per voce e pianoforte, Desire: uno degli highlights non solo di questo disco ma del repertorio di Zola Jesus, forte di una voce quasi “nuda” – che esalta le vibrazioni più liriche e soul di un canto che ascoltiamo più spesso ammantato di echi ed effetti, per quanto fascinosi – e in cui la vera armonia è il riverbero atmosferico che circonda la performance canora e l’accompagnamento di piano, tra gli accordi staccati con violenza e le note accarezzate quasi in sordina. Brano assoluto la cui unicità non è facile da replicare, e infatti non è il tema portante ma una freccia all’arco di un lavoro che riporta tra noi la Zola Jesus che conoscevamo, con un bagaglio di nuova esperienza e una nuova consapevolezza.
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