Recensioni

Per capire chi è Zach Braff e cosa abbia rappresentato per gli anni Duemila bisogna innanzitutto parlare di Scrubs, fenomeno televisivo dal quale è impossibile scinderlo. Oggetto affascinante, esilarante e fondamentale, nonché figlio di capisaldi della situation comedy americana quali Seinfeld e Friends, Scrubs ha irrimediabilmente segnato il decennio scorso, tra situazioni ai limiti dell’assurdo supportate frequentemente da una scrittura ultracitazionista e dalla verve magnetica suscitata dai suoi (tanti) personaggi principali. A partire dal protagonista, il dottor John Dorian aka J.D., impersonato proprio da Braff con piglio sognatore e fanciullesco, quasi infantile, ma non per questo non degno di regalare perle di saggezza, maturate nel corso del proprio cammino consapevole come personaggio e persona. Braff e Scrubs, insomma, formano un tutt’uno inscindibile nel momento in cui dobbiamo tracciarne un ritratto all’interno della cornice degli anni Zero.
Dopo aver maturato esperienza registica proprio nella sit-com durata dal 2001 al 2010, l’esordio nella regia cinematografica è dei più fragorosi: La mia vita a Garden State diventa immediatamente un instant cult generazionale, capace di raccontare i trentenni immaturi che bighellonavano a metà dei Duemila tra insoddisfazioni personali e professionali, segnati dai conflitti irrisolti con le figure genitoriali e catapultati in un mondo ormai impazzito e oltremodo frenetico. All’indomani, però, della conclusione della mitica serie della NBC, Braff non è riuscito a ritagliarsi uno spazio mediatico tutto suo, alternando partecipazioni attoriali in televisione e al cinema senza mai lasciare davvero il segno; la sua seconda fatica dietro la macchina da presa, Wish I Was Here, è il frutto di questo spaesamento: un film fuori tempo massimo sia per i temi proposti che per lo stile, anche perché ormai l’indie è un fenomeno mediatico ampiamente assimilato dal piccolo e grande schermo.
Alex, Inc. è il primo grande progetto televisivo di Braff – che qui torna in veste di attore, regista e produttore esecutivo – dalla chiusura di Scrubs ed è inevitabile stendere alcuni paragoni con i fasti di un tempo. Il personaggio principale, Alex Schuman, giornalista radiofonico che lascia l’azienda per cui lavora per fondare un podcast tutto suo nella rischiosissima società odierna fatta di scommesse sicure e calcolate, ricorda molto il J.D. del Sacro Cuore: stesse movenze fisiche, stesso atteggiamento positivo e sognante, stesso timore nei confronti del futuro. Cosa è cambiato quindi? Il contesto circostante, che inevitabilmente cozza in maniera grossolana con la solarità del protagonista erede degli anni Novanta: in effetti, un contesto realistico e maggiormente ostico nei confronti di un protagonista simile avrebbe bilanciato il tono generale della serie, ma a giudicare dal pilot (intitolato The Unfair Advantage) tutto quanto sembra ruotare proprio nella direzione sperata da Alex. A partire dalla moglie, che lo supporta, dai figli – che fanno altrettanto – e da un improbabile datore di lavoro che decide di scommettere ad occhi chiusi sulla nuova idea di podcast, tutto scorre prevedibilmente e senza scossoni, rendendo evidente una frattura della realtà, qui del tutto assente. La multietnicità della famiglia del protagonista appare forzata e pretestuosa, mentre i personaggi di contorno al momento sembrano semplici (e semplicistiche) macchiette, se non abbozzi veri e propri.
Insomma, negli otto anni che hanno seguito la conclusione di Scrubs ne sono successe di cose, persino nel campo più leggero e spensierato della sit-com (si pensi a Modern Family, Park and Recreation o a Big Bang Theory e Community), ma Alex, Inc. sembra averle ignorate del tutto, proponendo un’idea di intrattenimento televisivo già oltrepassata, quindi obsoleta.
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