Recensioni

A cinque anni dall’acclamato Cocoa Sugar, gli Young Fathers tornano sulle scene con l’album più breve (e rumoroso) della loro discografia. Il titolo del disco, Heavy Heavy, è da leggersi come una dichiarazione d’intenti da parte della band scozzese composta da Alloysious Massaquoi, Kayus Bankole e Graham Hastings: il sound è densissimo e difficilmente incasellabile in rigide definizioni di genere così come la produzione avvolta da coltri di distorsione.
La band oscilla senza soluzione di continuità tra organico e sintetico, passato e futuro. Il solco sonoro è ancora una volta quello tracciato negli anni Duemila dai Tv On The Radio, ma i “giovani padri” questa volta si sono superati. L’attitudine del trio ricorda quella presente in Dance Fever, l’ultima fatica dei Florence And The Machine, band per la quale il gruppo scozzese ha anche aperto alcuni concerti. Lo slancio ancestrale del gospel, e ancor prima della danza tribale, è la scintilla ma da lì può succedere di tutto, dal trip hop al post-rock, dal soul alla dance. Ne risulta un album massimalista e postmoderno, nondimeno capace di trasmettere all’ascoltatore una forte carica utopica.
E lo si nota dalle prime battute. Rice apre la scaletta tra voci r’n’b , un’incalzante ritmica elettronica e rimbombanti note di basso. Un canovaccio che I Saw riformula su galoppanti basse frequenze e su un gospel che si fa via via più viscerale. A metà disco troviamo uno dei brani più riusciti, Tell Somebody: l’inaspettata calma placida di un elegiaco organo esplode in un crescendo corale e post-rock à la Sigur Rós. Geronimo è un groove trip hop che si risveglia pop, in Shoot Me Down il chopping di alcuni sample vocali fa da contrappeso ad un soul vorticoso e chiesastico. E se Ululation unisce pulsazioni native americane e piano saloon, viceversa Sink Or Swim punta a un concitato canto propiziatorio in 4/4 che la penultima traccia Holy Moly riorganizza in una messa da Arcade Fire sotto acidi.
Letta così Heavy Heavy sembrerebbe il classico album in cui la forma sovrasta sostanza, ma accade proprio il contrario. L’ottovolante emotivo di queste dieci composizioni non è mai fine a se stesso, piuttosto il volano di un’euforia che è assieme gioia e balsamo. Una sintesi ancor più coerente e potente di quanto fatto finora dai tre. Un viaggio viscerale, solenne e, dopotutto, estremamente luminoso.
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